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L’Earth Day è un pessimo affare per la Terra

24 aprile 2012

Libertiamo – 24/04/2012

Domenica scorsa si è celebrata, ovunque nel mondo, la Giornata della Terra. I giornali italiani hanno approfittato dell’occasione per spammare un po’ di luoghi comuni a buon mercato (il top è stato raggiunto senz’altro dalla Stampa con gli interventi dei soliti Jeremy Rifkin e Vandana Shiva), mentre il Corriere della Sera ha affidato alla penna di Fulco Pratesi l’onere di provvedere alla dose di greenwashing adeguata alla solennità dell’occasione.

Le dieci “azioni concrete” suggerite dal fondatore del WWF Italia per salvare la Terra si concentrano sul mondo dell’alimentazione, “un settore in cui si può contribuire alla sostenibilità globale”. Sinceramente, su alcune delle voci elencate da Pratesi non possiamo che concordare: cercare di ridurre gli sprechi è senz’altro cosa buona e giusta, così come lo sono il consumo di prodotti di stagione e di acqua del rubinetto. I punti che invece lasciano piuttosto perplessi sono il primo (“Acquista prodotti locali”), il terzo (“diminuisci i consumi di carne”), il quinto (“privilegia i prodotti biologici”) e l’ottavo (“Preferisci i cibi semplici della nostra insuperabile gastronomia tradizionale”). Vediamo perché.

Per quanto riguarda il consumo di carne, Pratesi sostiene che contribuisce all’inquinamento globale. Probabilmente si riferiva al “riscaldamento” globale (è noto che gli allevamenti sono responsabili di una bella fetta di emissioni di CO2), ma bisognerebbe evitare di trattare il tema con superficialità e approssimazione. Il WWF insiste da tempo sulla necessità di sostituire la carne con quantità analoghe di verdure, ma nel farlo suggerisce confronti a peso, e non sulla base del valore proteico. Confrontiamo la quantità di verdure necessarie a fornire le stesse proteine di una bistecca, valutiamo la quantità di CO2 emessa durante i due cicli produttivi, e scopriremo che certi confronti possono essere quantomeno fuorvianti.

Poi ci sono i prodotti biologici. Pratesi lo consiglia in quanto “non richiedono l’uso di combustibili fossili e di pesticidi”. Se è vero che non si usano pesticidi, mi piacerebbe sapere come si possono evitare i combustibili fossili. Forse che le aziende biologiche non usano trattori? Che bestialità è questa? Anzi, a voler essere precisi, la necessità di intervenire per il controllo delle malerbe mediante lavorazioni profonde e ripetute sarchiature meccaniche richiede, in assenza di diserbanti, più passaggi sul campo, con più conseguente consumo di combustibili fossili di quanti non siano necessari nell’agricoltura convenzionale. E soprattutto, Pratesi evita di ricordare che in cambio della rinuncia ai pesticidi (quelli di ultima generazione lasciano minimi residui) e ai fertilizzanti di sintesi, per produrre la stessa quantità di cibo dovremmo chiedere alla Terra e ai suoi ecosistemi naturali una quantità di superficie agricola enormemente superiore. Pratesi dovrebbe provare a chiedere alla Terra se è d’accordo.

E’ proprio la superficie agricola la variabile che gli ambientalisti alla Pratesi trascurano sempre, anche quando consigliano di consumare cibi locali e “della nostra insuperabile gastronomia tradizionale”. Consumateli pure, per carità, sono ottimi. Ma levatevi dalla testa che acquistando cibi prodotti vicino casa state dando una mano all’ambiente. Eppure è così semplice: un ettaro di terra non produce la stessa quantità di grano (o mais, o zucchine, o fragole, o banane) ovunque nel mondo. Il cibo non cresce in capannoni industriali “delocalizzabili” a piacimento, ma su terreni che risentono significativamente delle condizioni pedoclimatiche di ogni regione. Per questo motivo ci sono posti in cui si sono sviluppate alcune colture, che invece non hanno avuto successo altrove. Per produrre la stessa quantità di fragole che un ettaro di terra produce in California, in Ontario ci vogliono cinque ettari. Ci sono regioni d’Italia in cui la resa media del frumento è doppia rispetto a quella di altre zone.

Ed oltre alla necessità di maggiore superficie agricola, si continua a prescindere dal fatto che il trasporto su lunga distanza è, nel complesso, una causa insignificante di emissione di gas serra rispetto alla maggior parte dei segmenti ad alta intensità energetica della filiera agricola (fertilizzanti, pesticidi, irrigazione, energia necessaria per le macchine agricole, ecc.): anche produrre vicino casa, ma utilizzando più energia, più carburante, più acqua, più pesticidi e fertilizzanti, e soprattutto più superficie agricola, non sembra essere un buon affare per la Terra.

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8 commenti leave one →
  1. il pigro permalink
    24 aprile 2012 11:52

    Tutto giusto. Ora però un pò di dati. esempio: quante lenticchie per una bistecca,incidenza costo traporto su costo produzione etc…Grazie.
    Costanzo il pigro.

  2. 24 aprile 2012 13:00

    per quanto riguarda il rapporto tra zootecnia ed emissioni, Claudio Costa aveva pubblicato proprio su questo blog una serie di analisi piuttosto accurate, alle quali rimando: https://lavalledelsiele.com/?s=la+fiera+del+catastrofismo+zootecnico

    Sull’incidenza (non dei costi, ma delle emissioni, è quello di cui si stava parlando) dei trasporti su lunga distanza rispetto alla fase produttiva: 4% trasporto su lunga distanza, 83% produzione (http://www.masterresource.org/2010/10/food-miles-the-local-food-activists-dilemma-a-global-warming-inconvenient-truth/) .

  3. 24 aprile 2012 19:39

    Ottimo post.

  4. 24 aprile 2012 19:46

    grazie Bacillus

  5. Giuseppe Marrali permalink
    26 aprile 2012 13:41

    sto facendo una tesi di laurea sulla filiera corta. Tra il materiale che ho a disposizione ho diverse ricerche che sostengono il contrario di quello che viene affermato da Desroshers e Shimizu. Ad esempio Polan sostiene che soltanto 1\5 dell’energia utilizzata in agricoltura è associata alla fase di produzione ed i restanti 4\5 alla fase di trasporto. Sia chiaro, non sono dal punta di vista pratico competente e il mio intento non è quello di polemizzare, tutt’altro: sono confuso e mi piacerebbe avere la possibilità di analizzare entrambe le posizioni. La ringrazio per il servizio che offre attraverso questo blog, è davvero di notevole qualità e nel marasma “internettiano” è davvero piacevole imbattersi in un sito come il suo.

  6. 26 aprile 2012 18:25

    Giuseppe, non conosco gli studi di Polan, ma una ripartizione simile mi sembra fortemente improbabile: l’energia utilizzata riflette infatti in larga parte i costi di produzione. Se solo un quinto dell’energia fosse associata alla produzione e 4/5 al trasporto, se ne dovrebbe dedurre che anche il costo finale del prodotto dovrebbe riflettere questo rapporto. Eppure il prodotto importato, anche da lunghe distanze, non costa 5 volte di più di quello locale, anzi, le differenze sono spesso minime e per lo più indotte da dazi e tariffe.

    Comunque, è chiaro che anche le cifre che ti ho riportato vanno presi con le molle, dato che sono valori che differiscono enormemente da regione a regione e da prodotto a prodotto. Quello citato da Desrochers- Shimizu è uno studio effettuato negli Stati Uniti. In ogni caso, consideriamo sempre che il prezzo racconta, della storia di qualsiasi prodotto, molto più di quanto tendiamo generalmente a credere.

  7. gio permalink
    27 aprile 2012 20:41

    ora, per carità, l’ allevamento produce sicuramente emissioni ma le voci a riguardo sono e sono sempre state esagerate, almeno secondo uno dei co-autori del famoso studio “Livestock’s Long Shadow” (http://saigon2k.altervista.org/2011/03/la-bufala-un-sullemissioni-di-gas-degli-allevamenti/) dunque ok ridurre, anche per questioni di salute, però bisognerebbe anche chiedersi se è veramente possibile che del bestiame produca più emissioni che tutti i mezzi di trasporto del pianeta, specie considerando che in moltissimi allevamenti si utilizzano tecnologie per convertire le stesse emissioni dei propri animali in energia

  8. alberto guidorzi permalink
    27 aprile 2012 23:44

    gio

    In aggiunta:

    se si eliminano i ruminanti perchè producono metano, dove andiamo a prendere i letame per far letamare la terra a chi coltiva biologico?

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