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Cose che capitano

2 maggio 2012

L’articolo non fornisce dati, ma pone senza dubbio un problema interessante: non sarà che a forza di spingere sul localismo alimentare e sulla spesa a km zero, ci stiamo scavando la fossa da soli?

Paesi che pensavamo dipendenti a vita dalle nostre esportazioni agricole e ortofrutticole – vedi Gran Bretagna o Germania – si rivelano perfettamente in grado di tradurre in realtà il “km zero” su vasta scala: vedasi come caso emblematico il mega-complesso serricolo Thanet Earth (leggi qui).

Ma anche gli esempi tedeschi riportati negli articoli odierni sulla produzione di peperoni in serra (leggi qui) o sulla promozione delle patate biologiche locali (leggi qui), indicano che all’estero la “filiera corta” sta diventando modello d’impresa e di sviluppo, con ricadute negative proprio per noi.

Cose che capitano, quando si cerca di sostituire il luogo comune alla capacità di fare sistema, e si preferisce inseguire le rendite di posizione piuttosto che le opportunità. Abbiamo coltivato l’ideologia del cibo locale per anni, convinti che questo bastasse a proteggerci dalla concorrenza esterna, senza pensare alle conseguenze sui mercati internazionali. Quando parlo di analfabetismo imprenditoriale del settore agricolo italiano, primo tra i frutti marci di decenni di rappresentanza indegna, mi riferisco proprio a cose del genere.

E non potremo nemmeno consolarci con l’idea di esserci immolati in nome dell’ambiente: prima o poi qualcuno si renderà conto che alimentare impianti produttivi come quelli citati nell’articolo ha un costo energetico e un impatto ambientale ben superiore a quello che otterremmo facendo fare per due o tre volte il giro del pianeta alle stesse merci stipate in una portarinfuse. Pazienza: ci resteranno i farmer’s market, e potremo comunque dire che è tutta colpa della concorrenza dei prodotti nordafricani e della speculazione. Alibi e scuse, ai gonzi, non mancano mai.

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6 commenti leave one →
  1. Enriquo permalink
    2 maggio 2012 22:04

    Un milione e mezzo di bambini del Marocco privi del diritto allo studio. Meno male che adesso c’ e’ il piddi’ a pensare a loro…e poi ci si stupisce se arrivano qua incazzati..

  2. Frank77 permalink
    3 maggio 2012 13:27

    Scusa Giordano,ma questo semmai dimostra che anche all’Estero stanno puntando sul KM 0.

  3. 4 maggio 2012 00:45

    Frank77, ho spesso cercato di dimostrare che la scelta del localismo alimentare non è una scelta lungimirante, né fal punto di vista economico (espone una regione alla volatilità dei prezzi), né da quello ambientale. Poi, ci sono ragioni di opportunità che possono rendere una simile scelta conveniente, almeno nel breve periodo. Inghilterra o Germania possono superare in questo modo una dipendenza dalle importazioni ortofrutticole. Ma per noi, che di frutta e verdura siamo esportatori? Non esiste vantaggio neanche nel breve, a quanto pare

  4. Alberto Guidorzi permalink
    4 maggio 2012 15:33

    Scusate, ma si sta discutendo dell’ovvio.

    Ricordo che nel mia vecchio libro di economia agraria era descritta la “rendita di posizione rispetto al mercato”. E’ logico che se io produco lontano dal mercato, devo considerare nei costi il trasporto ed adeguare altri costi se voglio essere concorrenziale. Per contro, chi produce vicino al mercato finchè non subisce concorrenza incamererà la rendita, altrimenti la userà per adeguarsi alla concorrenza.

    Solo che se io consumatore andando a comprare dal contadino nelle vicinanze cioè a Km 0
    non sono tutelato da un punto di vista dei residui (anche se produce onestamente biologico , perchè ha sicuramente abbondato in zolfo e rame) e devo pagare, come spesso accade di più il prodotto, non si può pretendere che io mi addossi totalmente il risparmio ambientale della contiguità della produzione. Mi dispiace, ma vado al supermercato dove pago meno e sono tutelato di più dai controlli.

    Ma avete visto i prezzi che corrono nei mercati contadini? Se poi hanno il “cappellino giallo” peggio che andar di notte. Per comprare qui ci vuole solo uno che crede ancora nella “canonizzazione di Stalin”

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