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Cattiva scienza, cattiva legge

18 giugno 2012

Questo post copia (volutamente) il titolo dell’ultimo articolo, firmato da Rachael Ludwick, su Biofortified, sul tema del dibattito in corso negli Stati Uniti sull’etichettatura dei prodotti contenenti OGM, e ne riprende in parte i contenuti. Ci sarà un referendum in California in autunno, mentre il congresso ha appena respinto (grazie al cielo) un emendamento al Farm Bill, firmato dai senatori Sanders e Boxer, che tentava di introdurre a livello federale l’obbligo di indicare la presenza di OGM nei prodotti alimentari, sulla base di presupposti decisamente psudoscientifici.

I presupposti dell’emendamento (che potete leggere qui), denominato “Consumers Right to Know About Genetically Engineered Food Act” sono i seguenti:

Il congresso rileva che:

1) Indagini statistiche tra gli Americani dimostrano costantemente che il 90% o più della popolazione degli Stati Uniti vuole che i cibi geneticamente modificati siano etichettati come tali.

1) Uno studio sulla salute pubblica in Canada ha rilevato che:

(A) Nel 93% delle donne incinte sono state trovate tossine provenienti da cibi geneticamente modificati e

(B) Nell’80% dei bambini nati da quelle donne sono state trovate tracce di tossine nei cordone ombelicale

Non è necessario spendere troppe parole sullo studio in questione, se non il fatto che i suoi risultati non sono mai stati replicati, e non dimostra l’origine dell’eventuale presenza della proteina “Cry”, prodotta anche dal mais BT, nel sangue delle donne incinte e nei cordoni ombelicali dei loro bambini: il gene BT viene usato anche in agricoltura biologica e convenzionale, e l’associazione con gli OGM è solo una correlazione la cui arbitrarietà e insussistenza è stata già dimostrata da tempo.

Quel che preme a me sottolineare è l’infondatezza del principio in base al quale se “il 90% o più della popolazione” vuole una certa cosa, allora quella cosa va fatta. Tanto per fare un esempio in tema, possiamo essere certi che la maggioranza della popolazione guarda ai pesticidi e ai fertilizzanti chimici con un sospetto simile a quello con cui guarda agli OGM. Anche in questo caso conta poco la fondatezza scientifica di questa paura. La paura c’è, e tanto basta, ma questo non vuol dire che sarebbe fondata la pretesa di scrivere su ogni tipo di prodotto alimentare “contiene pesticidi“, e infatti un’idea del genere non è mai stata presa in considerazione.

Nel caso dei pesticidi la soluzione individuata è la più ovvia e la più sensata: non è necessario scrivere che un prodotto è stato coltivato usando pesticidi, mentre è possibile scrivere che non sono stati usati, e questo a prescindere dai benefici reali (non ne è stato mai rilevato nessuno) che possono derivare per la salute umana da una dieta a base di prodotti biologici.

Allo stesso modo, come abbiamo già avuto modo di argomentare, ognuno dovrebbe aver il diritto di scrivere in etichetta che per i suoi prodotti non sono stati usati OGM, ma non quello di pretendere che gli altri produttori (che usano OGM) assumano sulle loro spalle il costo e l’onere di rendere distinguibili i prodotti OGM free, dal momento che non esistono evidenze scientifiche che attestano la pericolosità per la salute o per l’ambiente degli OGM (e la fragilità di quelle portate a sostegno dell’emendamento Sanders e Boxer è lì a testimoniarlo).

E’ quella fragile, ma pesantissima, differenza tra democrazia e dittatura della maggioranza.

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