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Mercato e responsabilità della scienza agli esami di maturità

21 giugno 2012

Chicago Blog – 21/06/2012

Tra i documenti suggeriti nella traccia del tema di maturità di ambito tecnico-scientifico (oggi si chiamano “saggi brevi”, ma credo cambi poco), c’è anche un estratto di un articolo di Pietro Greco sull’Unità del 7 luglio 2001. Complimenti innanzitutto a chi ha serbato memoria di un articolo del genere per ben 12 anni, per citarne oggi un brano insieme ad altri, un po’ più consistenti, di Hans Jonas, Primo Levi, Leonardo Sciascia e Margherita Hack. L’argomento del tema non è banale, anche se si presta facilmente a banalizzazioni, ed è “la responsabilità della scienza e della tecnologia“.

Il brano di Greco è il seguente:

La scienza può aiutarci a costruire un futuro desiderabile. Anzi, le conoscenze scientifiche sono mattoni indispensabili per erigere questo edificio. Ma […] è d’obbligo sciogliere il nodo decisivo del valore da dare alla conoscenza. Il valore che sembra prevalere oggi è quello, pragmatico, che alla conoscenza riconosce il mercato. Un valore utilitaristico: dobbiamo cercare di conoscere quello che ci può tornare immediatamente ed economicamente utile. […] Ma, se vogliamo costruire un futuro desiderabile, anche nel campo della scienza applicata il riconoscimento del valore della conoscenza non può essere delegato al mercato. Lo ha dimostrato la recente vertenza tra le grandi multinazionali e il governo del Sud Africa sui farmaci anti-Aids […]. Il mercato non è in grado di distribuire gli “utili della conoscenza” all’80% della popolazione mondiale. Per costruire il futuro coi mattoni della scienza occorre dunque (ri)associare al valore di mercato della conoscenza altri valori: i valori dello sviluppo umano

Non so se il valore che il mercato dà alla ricerca scientifica sia il migliore possibile. Cercare di imporre criteri ex ante basandosi su valutazioni fatte col senno di poi è esercizio tipico degli umanisti che parlano di scienza, e ci cascano, sebbene con sfumature diverse benché con una comune consapevolezza della complessità del tema, tanto Sciascia che Primo Levi (“non nasconderti dietro l’ipocrisia della scienza neutrale: sei abbastanza dotto da saper valutare se dall’uovo che stai covando sguscerà una colomba o un cobra o una chimera o magari nulla“).

Quello che però è certo è che Pietro Greco non poteva trovare esempio peggiore per tentare di dimostrare l’inadeguatezza del mercato a riconoscere il “valore della conoscenza“. La vertenza tra le multinazionali farmaceutiche e il governo sudafricano per la commercializzazione dei farmaci anti-AIDS è proprio l’esempio di un valore non suggerito dal mercato, ma imposto dal regolatore pubblico, quello sulla proprietà intellettuale. Ed è un valore imposto dal regolatore pubblico proprio in base a considerazioni simili a quelle che hanno ispirato la riflessione di Greco: si ritiene, ma difficilmente si è in grado di dimostrarlo, che la legislazione sui brevetti, il copyright, le royalties, sia uno strumento indispensabile  per incentivare gli innovatori ad innovare. Un tentativo, per usare proprio le parole di Greco, di “(ri)associare al valore di mercato della conoscenza altri valori: i valori dello sviluppo umano“.

Un tentativo riuscito? L’esempio dei farmaci anti-AIDS suggerirebbe di no mentre il senso comune suggerisce che in assenza di quella legislazione non ci sarebbero proprio farmaci anti-AIDS. Altri, a cominciare da Michele Boldrin e David K. Levine, hanno portato molte evidenze (e molto convincenti) a sostegno della tesi secondo la quale la tutela legale dei diritti di proprietà sarebbe un ostacolo, e non un incentivo, all’innovazione e al progresso tecnologico e scientifico.

Quel che è certo, però, è che il mercato non c’entra un bel niente: in assenza di quella legislazione non sarebbe stato difficile riprodurre i farmaci anti-AIDS in Africa. Ma sono le autorità pubbliche, in nome del bene collettivo, e non il mercato, in nome di quello individuale, che hanno preteso che quei farmaci non fossero liberamente riproducibili.

Per fortuna ci ha pensato la “comunista” Margherita Hack (alla quale faccio gli auguri per i suoi splendidi novant’anni compiuti pochi giorni or sono) a riportare un po’ di buon senso nella discussione:

La ricerca dovrebbe essere libera, non dovrebbe essere guidata da nessuno. In fondo se ci si pensa bene, da che essa esiste è frutto dell’istanza del singolo piuttosto che risultato collettivo.

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3 commenti leave one →
  1. Alberto Guidorzi permalink
    21 giugno 2012 17:59

    L’esclusione totale del mercato genera i Lissenko.

  2. 21 giugno 2012 18:06

    anche l’esclusione totale della logica, se è per questo 😀

  3. Nexus permalink
    22 giugno 2012 00:07

    Da sempre convinto dell’inutilità degli esami di maturità, oggi più che mai.

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