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Lo svegliabambocci – 2

3 luglio 2012

A forza di parlare di risorse per la crescita, non dovrebbe stupire che dopo l’ultimo vertice europeo si cominci, più o meno velatamente, a considerare l’ipotesi di andarle a prendere in quel 40% del budget europeo che la Politica Agricola Comune destina in sussidi per l’agricoltura e per tutto ciò che a vario titolo le ruota attorno. A quanto riferisce Reuters, per ora una terrorizzata Commissione Europea ha osato ventilare ufficialmente un taglio di 5 miliardi di euro in dieci anni (quasi il 10%), ma si arriverebbe alla fine ad affondare il coltello molto più in profondità.

Ironia della sorte, è la Francia – primo destinatario delle sovvenzioni agricole comunitarie e loro difensore più accanito – il paese che ha fatto di più per spostare il dibattito sul bilancio dell’Unione europea, dopo che il neo-eletto presidente François Hollande ha invitato l’UE a porre in atto misure per la crescita al fine di temperare l’austerity tedesca.

Se è vero quanto ha affermato il presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rumpuy, “tutti concordano sul fatto che abbiamo un’opportunità unica di trasformare il bilancio dell’UE in uno strumento per la crescita futura” e viste le deludenti performaces della PAC, che più che uno strumento per lo sviluppo dell’agricoltura è diventato, e non poteva essere altrimenti, un avvilente ricettacolo per piccoli e grandi rentiers, sarà difficile continuare a difendere l’intangibilità di quei 55 miliardi di euro che ogni anno piovono sulle campagne europee.

Intangibilità ancor meno difendibile, aggiungerei, alla luce dei recenti rally dei prezzi delle materie prime agricole, che hanno segnato picchi mai visti negli ultimi trent’anni e che farebbero presumere che gli agricoltori potrebbero ragionevolmente essere in grado di far da soli.

A meno che in questi anni la PAC non sia servita pressocché esclusivamente a puntellare un sistema produttivo inefficiente e le sue storiche tare, a cominciare dalla eccessiva parcellizzazione fondiaria e da valori dei terreni che non hanno nessuna corrispondenza con la logica e col mercato. E che questa inefficienza sia destinata inesorabilmente e rovinosamente a saltar fuori in quei paesi, Italia in testa, che meno (molto meno) di altri hanno saputo mettere a frutto l’inverosimile mole di sussidi di cui il proprio settore agricolo ha beneficiato per decenni.

In questo caso, come già avevamo rilevato in occasione del ritorno dell’IMU sui fabbricati rurali, si tratterebbe di un nuovo passaggio dello svegliabambocci, quello che insegna ai bambini viziati e capricciosi a stare al mondo.

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15 commenti leave one →
  1. 3 luglio 2012 21:58

    L’Europa della pac e dello ets ha 17 000 000 di disoccupati. sarà un caso?

  2. 3 luglio 2012 22:41

    sussidiare l’inefficienza non può che perpetuarla

  3. Alberto Guidorzi permalink
    4 luglio 2012 18:42

    E’ da molto tempo che il piatto ricco della PAC, che, non dimentichiamoci, ha rappresentato più della metà del bilancio dell’UE, ha gli occhi puntati sopra. Per tamponare le critiche si è prima diminuito (per le eccedenze accumulate) e poi inventato il secondo pilastro per farlo digerire meglio. I parlamentari europei non aspettano altro che metterci le mani sopra e se solo i prezzi dei prodotti agricoli salgono un po’ vedrete che la PAC diverrà ben poca cosa.

    L’agricoltore italiano si accorgerà allora di essere buggerato due volte, gli aiuti hanno solo permesso di rimanere ancora a fare gli agricoltori per alcuni e per altri ad essere tesaurizzati (i proprietari di terra), ma non sono per nulla serviti per crescere in produttività.
    Senza aiuti o solo diminuiti e senza produttività ci si accorgerà di essere in braghe di tela.

    La Francia ha in realtà accaparrato molti più aiuti, ma ha anche più terra coltivabile, ma non sono stati fessi come noi in quanto le loro produttività unitarie sono cresciute al punto tale da essere concorrenziali. Tutte le stime dicono che nel 2020 la bietola francese sarà concorrenziale con la canna da zucchero.

  4. 6 luglio 2012 06:40

    Accidenti, ed ora come faranno i sementieri ad imporci le sementi cartellinate?

  5. Alberto Guidorzi permalink
    6 luglio 2012 19:04

    Granduro

    Ecco il testo di un articolo che ho appena pubblicato e che fa per te. Tu che semini grano duro da un punto di vista di novità genetiche sei messo ancora peggio.

    C’era una volta…..

    La situazione in Italia della ricerca sul miglioramento del frumento, la pianta alimentare per eccellenza della nostra civilizzazione, potrebbe essere raccontata iniziando come nelle favole. Non solo, ma un paragone spaziale tra la Francia, Germania e Inghilterra rispetto all’Italia ci porrebbe su pianeti diversi.

    Si evidenzierà quanto affermato, tramite il resoconto fatto da François Desprez, Pdg dell’omonima ditta familiare e Presidente dell’Unione Francese delle Sementi (UFS) fatto in occasione del 2° incontro scientifico del FSOV francese (Fondo di Sostegno all’Ottenimento Vegetale nel frumento tenero) svoltosi nel giugno 2011 ed avente per tema: “Frumento Tenero – biotecnologie e agricoltura durevole”. A François Desprez è stato chiesto di trattare il tema: “Il finanziamento della ricerca sul grano tenero” evidentemente nei riguardi della realtà francese, in quanto non si nutrono grandi speranze nell’UE a questo riguardo.

    In tutti paesi, i costitutori vegetali che creano novità vegetali iscritte al Registro nazionale delle Varietà hanno diritto a pretendere dei diritti di licenza da parte degli agricoltori che acquistano per le loro semine le varietà di frumento certificate. Tutti questi diritti di licenza discendono giuridicamente dall’adesione all’UPOV (Unione internazionale per la protezione delle novità vegetali) a cui anche l’Italia ha aderito. Una precisazione è d’obbligo, però, qui non si tratta di diritti di brevetto, ma di diritti derivanti da un COV (Certificato di Ottenimento Vegetale) rilasciato al costitutore della varietà al momento dell’iscrizione della varietà stessa dalle Autorità preposte dello Stato. Il riconoscimento del COV è quindi inserito in Direttive Comunitarie e leggi nazionali di recepimento.
    In Francia tutti questi diritti pagati dall’agricoltore con l’acquisto del seme certificato, confluiscono in un organismo chiamato SICASOV (Società Cooperativa d’Interesse Agricolo Collettivo delle varietà dei selezionatori-costitutori vegetali), il quale poi ridistribuisce le somme percepite agli aventi diritto. La Convenzione UPOV del 1991 prevede inoltre la possibilità che esistano “sementi aziendali”, vale a dire che si permette che possano esistere agricoltori che riproducono per i loro bisogni aziendali delle produzioni “uso seme” di varietà iscritte. Evidentemente rimanendo queste sementi autoprodotte all’interno delle aziende agricole sfuggono al pagamento dei diritti di licenza di cui sopra. La materia è stata trattata anche da due regolamenti comunitari: il 2100/94 e il 1768/95, i quali ammettono che anche queste sementi possano essere soggette al pagamento di una royalty da parte dell’agricoltore che ne fa uso, però il livello deve essere sensibilmente inferiore a quanto si paga quando si accetta di seminare, acquistandola, una varietà certificata gravata da un diritto di licenza. Vi è da precisare inoltre che trattandosi di pianta autogama il frumento si presta a questa pratica di autoproduzione del seme da parte dell’agricoltore che tra l’altro sul mercato francese trova come semente commerciale la 1° moltiplicazione o R1 che viene subito dopo il seme di base detenuto dal costitutore della varietà e non come in Italia dove la generazione commerciale è la 2° moltiplicazione o R2, cioè una generazione in più di quella francese e che comporta quindi una maggiore deriva genetica rispetto al seme di base, vale a dire che l’agricoltura italiana usa un seme che ha una degenerazione maggiore rispetto all’assemblaggio genetico iniziale. Le specie coltivate con sementi ibride, dato che si autoproteggono, nel senso che non sono riproducibili, permettono d’incassare diritti automaticamente.
    La Autorità politiche francesi hanno permesso, anzi lo hanno promosso rimuovendo ogni ostacolo, un accordo in questo senso tra i sindacati degli agricoltori e società sementiere, al fine di autorizzare l’organismo stoccatore delle produzioni di frumento degli agricoltori a prelevare un CVO (Contributo Volontario Obbligatorio) che viene versato all’organismo precitato FSOV al fine che ne distribuisca l’ammontare in ragione dell’85% al costitutore della varietà riprodotta dal coltivatore, mentre il restante 15% vada a costituire un fondo destinato a finanziare programmi di ricerca privato-pubblici volti al miglioramento della coltivazione del cereale. In altre parole la ricerca e il miglioramento genetico del frumento in Francia è sostenuto economicamente da due tipi di risorse, una risorsa privata proveniente dagli incassi di ogni singola ditta sementiera (diritto di licenza + 85% del CVO ) e una risorsa pubblico-privata data dai risultati delle ricerche fatte con i mezzi messi a disposizione dal FSOV e presi dal 15% del CVO.
    In trent’anni di diritti di licenza percepiti e di CVO, solo a partire dal 2002, sono via via saliti di 5 volte e nel 2009/10 sono ammontati a circa 35 milioni di € di cui 10 milioni dati dall’ammontare del CVO. È questo dunque l’ammontare che ha potuto beneficiare la ricerca collettiva per migliorare la produzione di frumento sia in senso qualitativo che quantitativo. Questo ultimo parametro è sintetizzabile in 100 kg anno/ha. Tale cifra d’incremento è ben lontana dalla nostra realtà produttiva ed inoltre assistiamo a superfici investite a frumento in calo. Altro dato della realtà francese che è interessante conoscere è che negli ultimi 10 anni si è assistito ad una stagnazione dei montanti percepiti dalla SICASOV come diritti di licenza, benché le superficie investite abbiano continuato ad aumentare. Inoltre il livello anzidetto, seppure stagnante, è stato mantenuto per effetto dell’aumento dei diritti di licenza per quintale percepiti che sono passati in 10 anni da 6 ad 8 €/q di seme certificato. Un aumento annuale del 2,8% che è un dato significativo se lo si confronta con un 25% in meno di uso di seme certificato dovuto sia alla diminuzione delle dosi di semina che al minor uso di seme certificato. Dunque si può dire che l’incidenza del diritto di licenza sul prezzo del quintale di seme è divenuto in 10 anni sempre più pesante. Pertanto l’incidenza della quota parte di CVO ha rappresentato un supporto finanziario alla ricerca importante. Infatti, in 10 anni ha assommato in totale a 57 milioni di € vale a dire circa il 25% ogni anno negli ultimi due anni. Tutto ciò permette di dire al Presidente dei sementieri francesi che ai promotori dell’accordo interprofessionale sulle sementi aziendali va il ringraziamento della creazione varietale per aver mantenuto una fonte di mezzi finanziari costante negli ultimi 10 anni. Questo ha portato la Francia, assieme all’Olanda, a vedere remunerato il lavoro di selezione a livello di 7 €/ha, quando invece in altri Paesi europei la realtà è ben diversa, infatti la media dei 14 Stati membri dell’Europa che assommano l’80% della produzione di frumento, la remunerazione non supera i 5 €/ha. Qui subentra anche la variabile utilizzo di semente per ettaro. Inoltre, la remunerazione della ricerca se viene confrontata con la produttività granaria unitaria del paese si nota esattamente che laddove si remunera meno la ricerca si produce anche meno. Altro dato significativo è quello che tre paesi come Francia, Germania e Inghilterra che concorrono alla produzione del 45% del frumento europeo finanziano la ricerca europea per il 75%.
    Certo parlare di finanziamenti senza abbordare anche la questione dei costi risulterebbe un discorso monco. Sono notizie non facilmente reperibili, ma un’azione di “intelligence” nel senso di raccolta di informazioni scaturite da colloqui permettono di valutare questi costi e relativamente a tutte le ditte sementiere francesi operanti e quelle estere installate in Francia. Ebbene i 13 programmi di selezione che sono in essere in Francia comportano una spesa di 30 milioni di €/anno, si tratta dunque di un po’ meno dei 33 milioni di € attesi all’incasso per l’annata 2009/10, ma superiori ai 25 milioni di € che è l’ammontare dei soli diritti di licenza. In altri termini senza le entrate del CVO
    il bilancio ricavi-costi sarebbe in passivo per la totalità della professione. Tuttavia la realtà è meno positiva di quello che può apparire in quanto solo tre programmi guadagnano, mentre degli altri 10: tre sono in pareggio ed i restanti 7 anticipano per ora solo risorse economiche proprie. Cosa ne sarà in futuro? Sicuramente si prospettano aumenti di esborsi significativi per sostenere: nuovi programmi inerenti le biotecnologie, la diversificazione dei programmi di ricerca e dell’offerta varietale. Prevedere un aumento del 5% anno non è fuori luogo. Assicurare la continuità dei finanziamenti significa inoltre mantenere la diversificazione dei programmi di ricerca che è conditio sine qua non per evitare la mortalità delle aziende sementiere e una pericolosa concentrazione che andrebbe a scapito degli agricoltori e dei consumatori. Vale la pena dare qualche cifra su questo fenomeno: nel 1980 vi erano ben 29 società che percepivano gli emolumenti dovuti alla vendita di varietà di loro costituzione, oggi ve ne sono solo 16 e le prime 5 varietà più vendute si spartiscono il 70% del mercato. Ciò non significa che si sia impoverita l’offerta di varietà in quanto sono ben 245 le varietà di frumento tenero vendute (due volte più di quelle commercializzate nel 1990) e che apportano diritti di licenza nelle casse della SICASOV.
    Altro aspetto da affrontare è quello di una maggiore equità tra gli esborsi di chi acquista sementi certificate e chi preferisce usare sementi aziendali, la cui CVO, secondo il regolamento comunitario deve essere significativamente inferiore al diritto di licenza. Si reputa che in sede comunitaria, stante questa visione, i tempi per apportare modifiche saranno non brevi, e pertanto per ora resta solo l’ambito interprofessionale francese e si considera che un prelievo di 0,70 €/t di produzione stoccata possa esser più equo dei 0,50 €/t attuali.
    Il Presidente François Desprez termina mostrando alla professione agricola francese che la concorrenza mais-frumento in ambito ricerca è notevolmente squilibrata e si rischia che la produzione del frumento tenero, che ha già assunto una particolare importanza in ambito zootecnico, possa essere minacciata dai progressi che la ricerca sul mais può apportare. Infatti se a livello mondiale per il mais si spendono 32 $/ha in ricerca, per il frumento se ne spendono solo 3,3 di $/ha. A livello francese la spesa in ricerca sul frumento tenero è il doppio rispetto a quella mondiale, vale a dire 7.8 $/ha, ma ciò non significa che si debba derogare dal mantenere il trend o incrementarlo.

    I Todaro, gli Orlandi e gli Strampelli sono stati i pionieri italiani nel miglioramento del frumento dell’ante guerra e le loro costituzioni hanno continuato ad essere usate anche nel dopoguerra. Il Michaehelles, il Bonvicini, il Maliani, il Forlani, ecc. sono stati i continuatori degli incroci con i materiali dei pionieri e li hanno sfruttati fin che possibile. Le poche ditte sementiere rimaste operative: prima hanno avuto come supporto banche (Produttori Sementi Bologna) o organizzazioni cooperative potenti (Sis). Con il venir meno o il ridimensionamento di questi supporti essi hanno dovuto adeguare la ricerca all’ammontare delle risorse economiche generate dal successo o meno delle loro costituzioni. Tuttavia dobbiamo dire che per la granicoltura italiana la comprensione dell’utilità di una ricerca avanzata è andata man mano scemando, anzi ne ha combattuto le giuste pretese di remunerazione con la motivazione che le produzioni unitarie non permettevano ulteriori costi. Tipico esempio di “gatto che si morde la coda”. Questa incomprensione per scarsa imprenditorialità è una della maggiori cause della nostro mancato progresso produttivo. Le prove sperimentali sia del grano tenero che duro lo confermano. Siamo divenuti un paese di conquista sia per i sementieri stranieri che per gli stoccatori e i molini esteri e perciò continuiamo a rendere sempre più tributaria delle importazioni la nostra produzione di sfarinati, prodotti da forno e pasta. Il paradosso sta in questo: se seminiamo varietà francesi ad esempio, potenzialmente possiamo godere di un 10-15 % di produzione in più, ma spesso il ciclo, al limite della tardività consentita, può annullare le potenzialità produttive iniziali, se però optiamo per le varietà italiane più adattabili paghiamo dazio sicuramente a causa della minor capacità produttiva.
    Ministero, Regioni, Università e Centri di Ricerca sono da tanto tempo i grandi assenti!

  6. 6 luglio 2012 22:18

    Anche io scrissi tempo fa un articolo sui Cov francesi, un sistema molto più giusto, parco ed efficace di quello che ci è stato imposto qui in Italia dalla lobby sementiera. Lì viene finanziata la ricerca in maniera razionale, e si consente agli agricoltori di utilizzare il proprio seme aziendale.
    Se il seme aziendale è migliore o peggiore di quello cartellinato si lasci decidere alle imprese, visto che mi pare, almeno su questo blog, si aneli all’economia di mercato.
    Tecnici di parte e ricercatori pubblici prezzolati non li ritengo abbastanza qualificati ed imparziali per risultare credibili e condizionare le strategie aziendali di una impresa che affronta il mercato.

    qui il link:
    http://durodisicilia.blogspot.it/2012/04/si-agita-anche-il-mondo-agricolo.html

    Io comunque sul duro non assisto alla penetrazione significativa di varietà di grano francese come Guidorzi afferma, e credo che la produttività del grano duro in Sud-Italia ed anche in Sicilia sia seconda nel Mondo soltanto alla Francia. Non siamo messi così male, come continuamente si sostiene.
    Ad esempio le rese medie dei grandi produttori Nord-Americani di duro sono molto più basse rispetto alle nostre.
    Insomma anche se la ricerca langue in Italia, visto che costitutori e sementieri fanno i soldi con la mera commercializzazione di sacchi di frumento cartellinato ed hanno un interesse relativo nella realizzazione di nuove varietà (che anzi comportano spesso costi aggiuntivi), gli agricoltori come sempre fanno le nozze con i fichi secchi e portano avanti la baracca, adattando la propria tecnica colturale al materiale genetico, poco innovativo, messo a disposizione.

    Ricordo anche la Pro.Se.ME tra le ditte sementiere operative in Italia (che si estende anche oltre la Pianura Padana), la sua sede è in Sicilia, e per decenni ha venduto il grano duro più diffuso in Italia, ma ancora sta messa bene, il 2° ed il 4° secondo le statistiche Ense sono i suoi.
    Non per essere partigiano ma qualcosa di buono sappiamo farla anche noi…

  7. Alberto Guidorzi permalink
    7 luglio 2012 01:12

    Granduro

    I Francesi non riusciranno mai a creare varietà di grano duro che vanno bene in Sicilia, ma selezionandole in Francia. Bisognerebbe che selezionassero nel nostro Sud, ma a loro non interessa il mercato.

    Certo che canadesi e statunitensi hanno produzioni unitarie minori, producono estensivamente, inoltre i Canadesi seminano in primavera.

    La Produttori sementi del mio amico Borasio è rimasta l’unica a fare veramente creazione varietale in Italia, ma che fatica farsi finanziare con i diritti d licenza sul seme certificato! Conosco Borasio da mezzo secolo, è stato un nostro schiavetto durante il periodo della goliardia, ahimè ormai mezzo secolo fa, quindi so come lavora. Anche lui deve fare programmi con la Barilla per poter riuscire a far produrre sotto contratto e quindi essere sicuro di incassare diritti di licenza.

    D’altronde quanto ho relazionato la dice lunga sulle difficoltà dei sementieri dei cereali a paglia, solo tre su 13 guadagnano a sufficienza per reinvestire.

  8. 7 luglio 2012 08:44

    Anche in Sicilia si produce estensivamente, magari non migliaia di ettari, ma le aziende di fatto con centinaia di ettari sono numerose. Se conoscessi meglio il nostro sistema produttivo, eviteresti di affermare i soliti luoghi comuni.

    Varietà di duro selezionate per ambienti centronordici proprio dalla PSB, si sono perfettamente adattate all’ambiente siciliano.
    Io comunque mi riferisco a dati nazionali Ense, non soltanto al mio territorio.

    http://durodisicilia.blogspot.it/2012/07/panorama-varietale-del-duro-2012.html#more

    Quali sarebbero le varietà francesi rilevanti penetrate in Italia, di grazia?

  9. Alberto Guidorzi permalink
    7 luglio 2012 12:22

    Granduro

    Non vorrai che creda che la PSB ha creato Iride e Saragolla per gli areali del Nord e poi li ha trasferiti al Sud. E’ stato esattamente l’inverso, li ha creati per il Sud e poi li ha trasferiti anche al Nord.

    Se tu selezioni al Nord le migliori produzioni le ottieni sempre con tipi più tardivi rispetto alla precocità che è richiesta al Sud. Infatti tutte le volte che trasferisci un frumento adatto al Nord al Sud paghi dazio ogni volta che l’annata raccorcia il ciclo.

    Te lo dice anche l’agricoltore pugliese parlando del Miradoux, Infatti si tratta di un grano francese selezionato nel Gers (Sud-Ovest) francese che è alla stessa latitudine della pianura padana.

    Scusa Granduro per me produrre estensivamente significa avere enormi superfici a disposizione (con valori fondiari pressochè insignificanti per i nostri parametri) trovare un itinerario tecnico che minimizzi gli intrans e puntare su produzioni, seppure basse, ma con una certa costanza. Non mi pare che in Sicilia vi siano queste condizioni, il capitale fondiario costa enormemente di più, il terreno è comunque limitato. Quindi il produrre estensivamente in Sicilia è più un sistema “comodo” (uso questo aggettivo perchè non voglio essere preso per un antimeridionalista) di fare agricoltura, ma non certo economicamente valido per il contesto economico italiano.

    Scusami avete il frumento quotato a 26 e i migliori producono 30 q/ha (PLV = 780 €) Al nord ormai il grano tenero fa 21/22 e le medie sono sui 50 q (PLV = 1050). In ambedue i casi sono produzioni troppo basse e quindi sempre col pericolo di vedersi essere messi fuori mercato dalle importazioni. Quindi svegliamoci tutti Nord e Sud e diamo impulso alla genetica che ha costi sempre minori rispetto all’intensivizzazione.

    Ecco perchè ti ho passato l’articolo che ho scritto per Spazio Rurale.

    Mi chiedi.

    Quali sarebbero le varietà francesi rilevanti penetrate in Italia, di grazia?

    Nessuna per quanto riguarda il grano duro, mentre per il grano tenero ve ne sono e nelle prove sperimentali normalmente surclassano le varietà italiane, ma hanno sempre la spada di Damocle sul collo che questa superiorità la esprimono tutta solo quando il ciclo non si raccorcia troppo. In questo caso pagano dazio e purtroppo le annate dove pagano dazio divengono sempre più numerose per il clima che sta cambiando.

  10. 7 luglio 2012 12:37

    Granduro, come sta andando dalle tue parti? Quest’anno da me si tira fuori un casino di roba

  11. 8 luglio 2012 00:16

    Per quello che so Iride, fu creata per i contratti di coltivazione Barilla, che non mi risultano siano presenti al Sud. Certo non in Sicilia.
    In Sicilia con l’ultima PAC, molti piccoli e medi agricoltori, magari anziani, hanno abbandonato, accontentandosi del premio disaccoppiato, un ammortizzatore sociale oramai. I loro ex contoterzisti, si prendono annualmente in uso i loro terreni (in cambio di canoni pressoché simbolici), e gestiscono anche migliaia di ettari.
    I più in gamba di loro hanno imparato ad acquistare i mezzi tecnici all’ingrosso, come un commerciante, ed a vendere il grano direttamente al grande buyer (Casillo).
    Sono veramente organizzati e professionali, il problema è che magari in un paese rurale di 20.000 anime, 4-5 persone ( e le loro famiglie) riescono in questo modo ed i restanti 19995 fanno la fame. Perché il grano se lo coltivi in maniera scientifica ha bisogno di un apporto di manodopera irrisorio. Insomma siamo alle solite più diventa efficiente il sistema produttivo, meno bisogno si ha della gente. ‘azz, sono un luddista, mi avete scoperto.

    Il grano attualmente quotato qui in Sicilia 22-23, i più bravi di noi vanno ad 80 q/ha (ma io non sono fra questi). Le nostre medie regionali nelle ultime annate sono di circa 35 q/ha su tutto il territorio siciliano. Ed infatti produciamo circa 1 milione di t, su circa ha 300.000 seminato.
    Possiamo produrre basta che piova (ed ultimamente lo fa con geometrica precisione), ma costa tanto farlo ( e costa tanto perché il nostro caro Stato ci mette in condizioni improbe). Io comunque ho una strategia produttiva prudente, non mi indebito per comprare i mezzi tecnici, ne per riempire le fauci del Grande Leviatano

    Aumentare le produzioni è più interesse della società che degli agricoltori. Anzi agli agricoltori non conviene per nulla , in ultima analisi, quando l’aumento di produzione non fornisce un vantaggio competitivo sui concorrenti. Ma di questo abbiamo abbondantemente parlato in passato, e so che è un argomento che vi risulta ostico.
    Con l’aumento delle produzioni degli ultimi decenni, dovremmo essere ricchi sfondati noi agricoltori, ed invece siamo sempre lì con un margine minimo di sopravvivenza. La società vuole il cibo a basso costo? Bene, paghi lei la ricerca, visto che peraltro sembrerebbe così conveniente. Guidorzi non sono santo che suda è inutile blandirmi con richiami patriottardi. Gli unici impulsi che mi sovvengono sono di altro genere.

    Masini

    qui in Sicilia, annata super per la produzione, ma i margini sono sempre bassi. Il petrolio non si starà esaurendo ma il prezzo rimane troppo alto, se a questo aggiungiamo le accise Governative e tutto il resto delle nuove imposizioni fiscali che qualsiasi statalista incallito scambierebbe per stimoli all’innovazione, direi che stiamo aspettando la prima cattiva annata dal punto di vista climatico, per dedicarci ad altre attività, probabilmente più urgenti.
    No, no ho cambiato idea sugli OGM, continuo a pensare che siano l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno. Necessito evidentemente ancora di un altra razione di svegliabambocci, e sono sicuro che non ce la farete…ops…faranno, mancare.

  12. 8 luglio 2012 08:52

    Accidenti, sembra che i contoterzisti siciliani (e non solo siciliani, a quanto mi risulta) stiano fornendo un’evidenza del fatto che si può lavorare la terra senza sussidi. Grazie Granduro, la cosa è da approfondire.

  13. 8 luglio 2012 21:59

    E’ evidente che si possa fare, non penso di aver affermato nulla di nuovo a chi segue le vicende agricole con un minimo di competenza: il contributo comunitario lo becchi lo stesso anche se stai a casa a girare i pollici. Se qualcuno pratica ancora l’agricoltura evidentemente qualcosa ci guadagna. Ma è un agricoltura sempre più per pochi, con margini per unità di superficie sempre più decrescenti, alla fine andando avanti così, sarà per pochissimi. Essenzialmente grandi società di capitali, fine del lavoro autonomo e quei pochi operatori rimasti, a fare i dipendenti.
    Del resto è avvenuto negli USA negli ultimi anni, con la bolla speculativa sui terreni agricoli, che ha portato i grandi fondi di investimento ad acquisire aziende agricole.

    Siamo una razza in estinzione, non volete più pagare la PAC? Benissimo, defiscalizzate però i nostri costi di produzione a livello dei competitori internazionali, rendete trasparenti i mercati, controllate e punite chi fa il furbo, create dei meccanismi antitrust. A quel punto posso anche accettare la sfida. Allo stato attuale, senza PAC, l’agricoltura occidentale scompare in pochi anni, secondo il mio modesto avviso, con o senza contoterzisti siciliani.

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  1. Senza sussidi si può. E si fa, anche da noi « La Valle del Siele

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