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Senza sussidi si può. E si fa, anche da noi

10 luglio 2012

In Sicilia con l’ultima PAC, molti piccoli e medi agricoltori, magari anziani, hanno abbandonato, accontentandosi del premio disaccoppiato, un ammortizzatore sociale oramai. I loro ex contoterzisti, si prendono annualmente in uso i loro terreni (in cambio di canoni pressoché simbolici), e gestiscono anche migliaia di ettari.

I più in gamba di loro hanno imparato ad acquistare i mezzi tecnici all’ingrosso, come un commerciante, ed a vendere il grano direttamente al grande buyer (Casillo).

Sono veramente organizzati e professionali, il problema è che magari in un paese rurale di 20.000 anime, 4-5 persone ( e le loro famiglie) riescono in questo modo ed i restanti 19995 fanno la fame. Perché il grano se lo coltivi in maniera scientifica ha bisogno di un apporto di manodopera irrisorio. Insomma siamo alle solite più diventa efficiente il sistema produttivo, meno bisogno si ha della gente. ‘azz, sono un luddista, mi avete scoperto.

Questo è parte di un commento di un lettore ad un mio recente post. L’ho citato perché a mio avviso lo scenario descritto è piuttosto interessante, e può essere utile per sfatare alcuni tra i miti e le leggende più diffusi nelle campagne, miti e leggende che costituiscono parte delle fondamenta “ideologiche” della PAC e dei sussidi al settore agricolo.

Bisogna doverosamente premettere che quanto descritto è difficilmente quantificabile, dato che con ogni probabilità i contratti tra contoterzisti (o grandi aziende agricole) e agricoltori non sono sempre regolari. Questo lo si deduce dal fatto che l’agricoltore continua a beneficiare del premio disasccoppiato, “un ammortizzatore sociale oramai”, cosa alla quale dovrebbe rinunciare se cedesse i suoi terreni in affitto. Altra doverosa premessa è che io non conosco il territorio a cui il nostro lettore fa riferimento, e che lui invece conosce molto bene. Quello che però credo si possa dire è che si tratta di un territorio poco “versatile” dal punto di vista delle scelte colturali e con rese unitarie più basse della media nazionale. Un territorio in cui si è più produttivi (non nel senso delle rese unitarie per ettaro, ma dei profitti) tendendo all’estensione, e alla conseguente riduzione dei costi, piuttosto che all’intensificazione. In poche parole, un territorio (prevalentemente collinare e non irriguo) in cui non ci sono molte alternative alla coltivazione del frumento. Non sono posti per impiantare serre, orti o agrumeti, per capirsi.

Ora, si sostiene spesso che senza sussidi

  1. il lavoro agricolo non sarebbe sufficientemente redditizio, e di conseguenza
  2. nessuno lavorerebbe più la terra.

L’agricoltura della Sicilia collinare interna, come quella delle mie parti, peraltro, dove le cose sono molto simili con la differenza (forze in senso peggiorativo) che i terreni sono molto più argillosi, sembrerebbe un caso esemplare a sostegno della necessità dei sussidi: l’azienda agricola di medie dimensioni uscita fuori dall’epoca della green revolution e, in parte, dai tentativi di riforme agrarie, non ce la fa a tirare avanti. Se vogliamo quindi salvare i terreni dall’abbandono e il paesaggio dalla desertificazione non si può fare a meno di sussidiare gli agricoltori perché non facciano scelte che, benché razionali dal punto di vista individuale avrebbero effetti catastrofici dal punto di vista generale. D’altronde è proprio questo il “public good” usato per giustificare la stessa esistenza della PAC. Ma è proprio così?

Non pare, perché qui si racconta che anche in un contesto così estremo

  1. c’è chi è in grado di lavorare la terra senza beneficiare dei sussidi, sebbene con differenti economie di scala e
  2. se un’azienda cede il passo la terra non viene abbandonata ma viene lavorata da qualcun altro.

Ovviamente un’azienda piccola o di medie dimensioni non riesce a spuntare prezzi adeguati ai fornitori né a bypassare gli intermediari locali vendendo direttamente ai grandi buyers. Ma se qualcuno è abbastanza bravo per riuscire a farlo, ci sono motivi per ostacolarlo?

Ora, che ruolo hanno i sussidi in tutto ciò? Il nostro lettore suggerisce che siano una sorta di ammortizzatore sociale, in grado di sostenere chi decide di uscire dal sistema produttivo. Può darsi (ma allora dovrebbero essere a termine, sennò da ammortizzatore sociale si trasformano in rendita), ma c’è un altro aspetto: i sussidi contribuiscono a tenere elevati i prezzi dei terreni, ben oltre il loro valore di mercato. Questo ha impedito alle aziende di ingrandirsi in maniera progressiva, mediante un processo di selezione ordinato, conducendo invece alla situazione attuale, in cui gli agricoltori stremati decidono che tutto sommato è meglio tenersi il sussidio e cedere l’uso della terra ad altri, più o meno gratis. Succede anche dalle mie parti: lo scenario descritto per la Sicilia non è affatto una novità.

Ovvero, i sussidi hanno contribuito a puntellare uno status quo economicamente insostenibile e sempre più precario, mentre il resto del modo acquisiva efficienza grazie al mercato, fino a che non è arrivato il momento del tracollo. E il fatto che stia arrivando tutto insieme e in maniera piuttosto traumatica anche per la tenuta delle economie locali rende la misura di quanto sia profondo il gap produttivo da recuperare tra l’azienda media italiana e quella del resto del mondo.

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15 commenti leave one →
  1. Albero Guidorzi permalink
    10 luglio 2012 16:38

    Giordano

    Ma è così anche in pianura padana, non c’è contoterzista che non coltivi terreni di proprietà altrui presi in affitto, più o meno giocando con la PAC, oppure anche con contratti annuali sulla parola. Un agricoltore che coltiva servendosi dei servizi del contoterzista a tariffa va in perdita. Se non fosse così le nostre campagne diverrebbero dei terreni a “savana”
    Lo scandalo è che il locatore resta agricoltore ed è annoverato tale tra gli associati delle confederazioni. Anzi sono stati studiati contratti tali che non siano impugnabili dal locatario come diritto di prelazione in caso di alienazione.

    Non si creda però che si faccia un’agricoltura da “buon padre di famiglia” però. Diventa molto di rapina.

  2. 10 luglio 2012 16:40

    La scoperta dell’acqua calda… nei commenti del post Svegliabambocci 2, la mia replica allo stupore Masiniano.

  3. 10 luglio 2012 18:27

    Granduro, ho già spiegato nel post che assisto a fenomeni del genere da tempo anche dalle mie parti. Ho premesso che è difficile farne una contabilità e che non possono fornire risposte valide per ogni regione o territorio. Ho solo approfittato del tuo commento per fare alcune considerazioni. Giuste o sbagliate, non capisco la ragione di tanto sarcasmo.

  4. 10 luglio 2012 22:06

    Considerazioni e soprattutto conclusioni errate, allora! Posso dimostrarti con fonti documentate che le rese produttive del grano duro (il settore di cui mi occupo e che posso dire di conoscere con una certa profondità) in Italia (ma anche soltanto quelle sicule) sono molto superiori a quelle USA ed a quelle Canadesi.
    Ti nutri di falsi miti americani spesso infondati e non generalizzabili.

    Certo a livello di informazione agricola, noi siamo al sottosviluppo ma questo è un altro discorso.

  5. 10 luglio 2012 23:13

    Mi puoi per cortesia indicare in quale parte del mio post ho sostenuto che le rese medie italiane (o sicule) sono più basse di quelle americane, canadesi o magari australiane? Di cosa stiamo parlando?

    Probabilmente confondi la resa con la produttività, che si misura contando i soldini che restano in tasca alla fine dell’anno, non i quintali che si mettono in cascina.

  6. Alberto Guidorzi permalink
    11 luglio 2012 00:46

    Se prendiamo “il Grano” volume della collana curata da Renzo Angelini troviamo due grafici che riguardano il grano duro

    1° il primo mostra gli incrementi di resa dal 1955 al 2005 e possiamo osservare che si parte da 10 q/ha si arriva medie di 20 nel 1980 e a 28 circa nel 2005


    Il secondo grafico dice gli incrementi di resa nelle prove sperimentali ed il contributo all’aumento della produttività dei gruppi di varietà che man mano si sono presentati sul mercato.
    – nel 1974 l’incremento provocato dal gruppo di varietà Creso, Valgerardo, Valselva, Valnova fu di 0,7 t/ha (da circa 33 q a 40 q/ha) a parità di tecnica agronomica

    – da questo punto in poi migliorò la tecnica e man mano apparvero altri gruppi di varietà: VanValforte e Karel nel 78, aldura, latino e appio nell’84, messapia, norba, duilio,adamello, lira , grazia nell’86, Simeto, plinio e vitron nel 90, che fecero avanzare la produzione poderale sperimentale a circa 59 q/ha

    – quanto detto significa nel 1992 rispetto a prima del 1974 gli incrementi apportati alle rese sperimentali stati di circa 26 q così suddivisibili 14 q dovuti al miglioramento genetico e 12 alle tecniche agronomiche.

    Ora una granicoltura che realizza solo il 50% delle potenzialità tecnico-genetiche non potrà mai competere con le altre granicolture e con la globalizzazione dei mercati e quindi è destinata piano piano a sparire, a meno che non cambino gli scenari economici, Le economie di scala che potrà fare un contoterzista piano piano saranno mangiate da produttività il cui scarto con le produttività sperimentali diverranno ben inferiori al 50% perchè sarà obbligato ad estensivizzare suo malgrado (parte delle semine fuori stagione, diserbi intempestivi, raccolte troppo scalari)

  7. 11 luglio 2012 14:46

    la conclusione del tuo post:

    ….rende la misura di quanto sia profondo il gap produttivo da recuperare tra l’azienda media italiana e quella del resto del mondo.

    Non capisco allora di quale gap produttivo parli, visto che anche tu affermi che il modello estensivo del contoterzista è molto diffuso e quindi i costi vengono molto ben ammortizzati. La resa a quanto pare non rientra nel tuo ragionamento. Da cosa sarebbe generato questo gap produttivo tecnicamente non lo capisco, visto che grazie all’ultima PAC , l’imprenditore allarga la base aziendale con un esborso economico minimo e senza neanche pagare le imposte sui terreni, che continuano ad essere pagate dal proprietario del fondo.

  8. 11 luglio 2012 14:56

    Guidorzi
    la differenza tra le rese sperimentali e quelle agricole reali è un dato di fatto comune a tutti i territori altamente eterogenei in qualsiasi parte del Mondo. I risultati di un campo sperimentale che per questioni logistiche e statistiche viene allestito nel comodo campo omogeneo in pianura (ed accade così ovunque), saranno radicalmente diversi da quelli ottenuti da un agricoltore in condizioni ordinarie di pieno in campo su un terreno non di prima scelta più rappresentativo del territorio.
    E poi i dati sperimentali quando le cose non vanno per il verso giusto, vengono aggiustati.
    L’agricoltore non può prendersi in giro.

  9. Alberto Guidorzi permalink
    11 luglio 2012 16:38

    Granduro

    Lo so bene che il dato sperimentale è una potenzialità e come tale l’ho chiamata, ma quando il divario tra realtà e potenzialità cade al di sotto di certi limiti il difetto sta nella realtà.

    Guarda che io ti ho dato le risultanze di una serie completa di sperimentazioni ufficiali in luoghi diversi e pluridecennali, quindi l’effetto clima e condizioni edafiche è attenuato.

    Se poi tu dici che siamo in presenza di falsificazioni generalizzate ed è questa la tua intima convinzione ogni confronto di idee è reso impossibile.

    Comunque in altri paesi che progrediscono e stanno raggiungendo altri “pianeti” in fatto di produttività agricola la considerazione verso il miglioramento genetico e la sperimentazione è molto diversa.

    Siccome la Sicilia non è uno stato africano, ma fa parte di una comunità che accetta le regole della globalizzazione (giuste o sbagliate che siano, questo sarebbe un argomento da discutere) l’operatore economico, può si imprecare,anzi far di tutto per cambiarle, ma deve comunque cercare di sopravvivere nel contesto che la politica agricola comunitaria l’ha posto. Altrimenti è solo un gridare alla luna. L’unico strumento che ha in mano è produrre unità in più, ma che gli portino plus valore.

    La terra è ancora un bene rifugio in Italia e su un bene rifugio non si può intraprendere. Anche l’industria ha bisogno di strutture, ma nei suoi bilanci calcola le quote di ammortamento.

  10. 11 luglio 2012 20:47

    Granduro, sulle differenze tra resa e produttività ho già provato a risponderti prima. Prova qui: http://it.wikipedia.org/wiki/Total_factor_productivity

  11. 12 luglio 2012 11:31

    Guidorzi è un sostenitore della produttività intesa come resa.
    E se ne comprende il senso, giusto o sbagliato che sia.

    Masini è sostenitore di una produttività in senso più ampio, che però all’atto pratico in una azienda agricola non spiega come si dovrebbe migliorare rispetto alle condizioni attuali. L’unico aspetto chiaro, della posizione Masiniana, è che dovrebbero essere aboliti i contributi PAC da un lato, mentre dall’altro gli inasprimenti fiscali dello Stato (chiamati simpaticamente svegliabambocci) vengono da lui considerati un possibile stimolo verso la produttività, ed il precedente sistema fiscale meno oppressivo viene rappresentato come un privilegio!!! Da veri libertari non c’è che dire!!!

  12. 12 luglio 2012 14:46

    Ti ringrazio, Granduro, per aver spiegato il mio pensiero, anche se sono convinto che avresti potuto farlo meglio. Non considero nessun tipo di inasprimento fiscale come uno stimolo verso la produttività, anzi, sono convinto che si cresce se le tasse si abbassano. Considero però i sussidi (qualsiasi tipo di sussidio) estremamente distorsivi e sostanzialmente un potente incentivo all’inefficienza. Anche un regime fiscale speciale particolarmente favorevole per uno specifico settore è un forma di sussidio, su questo credo che tutti gli economisti siano concordi, a qualsiasi scuola appartengano.

    In particolare, se un settore produttivo diventa sostanzialmente dipendente da altri settori produttivi, mediante i trasferimenti di risorse dai secondi verso il primo (che siano sussidi o che siano servizi pagati dalle tasse di altri), allora consentimi di dubitare della sua reale produttività.

    Non credo che i sussidi possano essere aboliti di punto in bianco. Credo che però sia necessario cercare una strada per uscirne, magari progressivamente, e che più tardi ci si comincerà a porre questo problema, a cominciare da noi agricoltori, più traumatico sarà il risveglio.

  13. 12 luglio 2012 21:37

    Potrei fare meglio, se tu seguissi dei principi coerenti e fossi meno vago. Sei pronto per la politica non c’è che dire. Ti vedo bene in FLI.

  14. 13 luglio 2012 09:48

    Se uno vuole per forza l’ultima parola (per quanto ridicola essa sia), è bene lasciargliela.

  15. 13 luglio 2012 14:36

    ed allora lasciamela…

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