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L’agricoltura come frontiera del dirigismo

17 agosto 2012

NoiseFromAmerika – 17/08/2012

Cose che ci tocca vedere nel 2012, ovvero lo Stato che controlla, tramite i suoi emissari, il mercato del vino.

Il controllo da parte dello Stato dell’offerta di beni prodotti dai privati per “conseguire l’equilibrio di mercato” svela una mentalità da piano quinquennale, una intollerabile limitazione al principio della liberta di impresa sancito dall’art. 41 della Costituzione. Tutto questo, e anche di più, lo trovate nell’art.14 del dlgs 61/2010 sulle Denominazioni di Origine (DO):

10. Le regioni possono ridurre la resa massima di vino classificabile come DO ed eventualmente la resa massima di uva e/o di vino per ettaro per conseguire l’equilibrio di mercato, su proposta dei consorzi di tutela e sentite le organizzazioni professionali di categoria e stabilire la destinazione del prodotto oggetto di riduzione. Le regioni possono altresì consentire ai produttori di ottemperare alla riduzione di resa massima classificabile anche con quantitativi di vino della medesima denominazione/tipologia giacente in azienda, prodotti nelle tre annate precedenti.

11. Le regioni, in ogni caso, al fine di migliorare o stabilizzare il funzionamento del mercato dei vini, comprese le uve, i mosti da cui sono ottenuti, e per superare squilibri congiunturali, su proposta ed in attuazione delle decisioni adottate dai consorzi di tutela e sentite le organizzazioni professionali di categoria, potranno stabilire altri sistemi di regolamentazione della raccolta e dello stoccaggio dei vini ottenuti in modo da permettere la gestione dei volumi di prodotto disponibili.

In pratica, si decide di abbassare le rese produttive previste dal disciplinare di produzione dei vini, per controllare l’offerta. Cioè per esempio, invece dei 90 Qli ad ettaro previsti, li si riduce a 60 Qli per quella particolare vendemmia. Lo stesso, come avvenuto in Chianti Classico 2009, avviene con il blocage, ovvero il divieto a commercializzare entro un certo periodo di tempo (es. 24 mesi) una certa quanità della produzione (es. il 20%), bloccandola in cantina.

Un altra misura molto popolare riguarda il blocco degli impianti di vigneto, o meglio, l’impossibilità di nuove iscrizioni all’albo di una certa DO a tempo indefinito, sempre per non meglio definiti motivi di stabilizzazione dei mercati. Citiamo dall’ art.12 del dlgs 61/2010

 4. Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, suproposta dei consorzi di tutela e sentite le organizzazioni professionali di categoria, possono disciplinare l’iscrizione dei vigneti allo schedario ai fini dell’idoneità alla rivendicazione delle relative DO o IG per conseguire l’equilibrio di mercato.

In sostanza, nel primo caso se qualcuno ha dei problemi commerciali, ed ha la maggioranza dei voti nei consorzi di tutela (che non sono organi democratici, ma sono organizzazioni volontarie dove chi più è grande più comanda, come del resto prevede la legge), chiede che vengano ridotte le produzioni di tutti i produttori, anche quelli che non sono membri del Consorzio, se quest’ultimo è abbastanza grosso da poter rivendicare la rappresentanza erga omnes (anche per i produttori che non sono membri). Quindi anche di chi, guarda caso, potrebbe invece non aver problemi commerciali, o addirittura avere la colpa di vendere troppo bene i suoi vini.

Nel secondo caso invece si tratta del classico dentro-fuori: chi è dentro il ciclo produttivo, con vigneti iscritti agli albi della DO, decide sempre su proposta dei consorzi, che chi ne è fuori deve restare fuori. In sostanza significa che sullo stesso territorio geograficamente delimitato della DO, esistono vigneti esattamente comparabili, che seguono le stesse indicazioni prescritte per essere DO, ma non lo sono semplicemente perchè il club ha chiuso i battenti. Chi è dentro teme di vedere abbassare i prezzi a causa di un aumento dell’offerta che risulterebbe dalla concorrenza di chi adesso è fuori.

Non è dato di sapere quali siano esattamente i criteri che, in palese violazione dell’art. 41 della Costituzione italiana che definisce la libertà di impresa, fanno che un gruppo di produttori possa escludere, od ostacolare l’ingresso nel ciclo produttivo da parte di altri.  È la maggioranza che decide, e la maggioranza non può sbagliare, vero?

Si parla di stabilizzare i mercati, anche in situazioni dove con tutta evidenza i prezzi delle materie prime (uve e vini sfusi) sono in costante aumento da anni, segno che la crisi per questi vini non c’è. Come sempre, occore guardare a chi fa comodo questa situazione.

Fa comodo a chi ha già un potenziale produttivo consolidato nel tempo, oppure al produttore che poca voglia ha ad impegnarsi a fare qualità visto che il suo prodotto, accuratamente protetto dallo Stato, si vende lo stesso a buon prezzo che sia di buona qualità o meno. Fanno comodo anche ad aziende grandi e strutturate, che possono assorbire margini in assottigliamento dovuti ai rialzi dei prezzi all’origine, per far fuori concorrenti scomodi che non hanno la stessa possibilità o forza.

Insomma, in Italia è sempre comodo trovare il modo di non doversi confrontare con il mercato, con il consumatore, con i concorrenti. È una scelta che paga, molto di più che investire denaro, lavorare seriamente e con successo, andare in giro per il mondo con la valigetta del rappresentante per portare a casa qualche ordine.

Il danno prodotto da queste leggi e da questi comportamenti non è solo economico, ma è sopratutto morale. È un disincentivo a lavorare bene, stimolati dalla concorrenza, è una lezione che da noi non è l’impegno, ma è il chi conosci e con chi ti allei che paga. È un deterrente per chi dall’estero vorrebbe e potrebbe investire nel settore. È una lezione per i giovani produttori: è meglio stare dentro al club. Investite tutto lì, il resto lasciatelo ai quei creduloni che sognano un paese serio, liberale e dove il diritto è una certezza, non una scelta, specie se dei tuoi concorrenti.

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10 commenti leave one →
  1. Michele Rinaldi permalink
    17 agosto 2012 12:19

    Dopo lo schianto dell’URSS l’Italia è rimasta l’unica Repubblica Socialista Sovietica sopravvissuta (e l’Unione Europea tende in tutti i modi a ricostituire una nuova URSS con sede a Bruxelles).C’è solo da sperare in una sorta di ” primavera italiana” ( e europea).Voglio dire:rimbocchiamoci le maniche, perché le ” primavere” non arrivano per grazia di Dio, neppure più quelle meteorologiche.

  2. pino permalink
    18 agosto 2012 21:52

    Ma chi ha scritto e commentato questo articolo, conosce cosa succede nella patria del vino, ovvero in Francia? La prassi così demenzialmente definita degna della CCCP è invece da decenni consolidata nei paesi di avanguardia del settore, paesi dove il libero mercato regna sovrano, e dove nel libero mercato produttori e commercianti concordano le strategie e i prezzi trovando entrambe il giusto equilibrio nel reddito. Cosa succederebbe infatti se una gran massa di un vino DO arriva nel mercato senza aver analizzato correttamente il mercato? I produttori avrebbero la peggio , questo è certo e quel vino nel giro di qualche anno verebbe distrutto nell’immagine. Se un’azienda ha un buon nome e un buon canale di vendita direi che potrà investire in ulteriori superfici di vigneto comprandole da colui che invece non riesce a far reddito, questo cari miei è il libero mercato. Ma certo che ogni tanto delle BOIATE PAZZESCHE la dite!!!

  3. 19 agosto 2012 02:26

    Gentile Pino, la ringrazio per averci illuminato su cosa sia il libero mercato, concetto che evidentemente ci sfuggiva. Faremo senz’altro tesoro dei suoi suggerimenti.

    Dovranno probabilmente farne tesoro anche quei paesi come gli USA, l’Australia, il Sudafrica, i cui produttori di vino non hanno avuto la fortuna di andare a lezione da lei e si trovano quindi costretti, senz’altro loro malgrado, ad essere fortemente competitivi con i loro vini anche e soprattutto nei “paesi dove il libero mercato regna sovrano”, nei quali “produttori e commercianti concordano le strategie e i prezzi trovando entrambe il giusto equilibrio nel reddito”.

    Cercheremo anche di non scrivere più boiate pazzesche. Ma per questo, temo, il suo esempio non ci sarà molto utile. Ossequi.

  4. 19 agosto 2012 16:42

    Caro Pino, non so lei, ma chi ha scritto questo articolo col vino ci vive e ci campa la famiglia.
    Mi fa piacere di sapere che nei paesi avanguardia del vino, tra cui immagino anche il nostro, i produttori e i commercianti concordano i prezzi, come si fa tra buoni amiconi. Non so, forse si troveranno in qualche ristorante fuori mano per mettere assieme queste oculate strategie di metcato. A me non hanno mai invitato, faccio appello perche’ lo facciano, male che vada ci faremo una bella mangiata insieme. Magari possiamo anche mettere in conto la cena al contribuente, sotto la voce “accordi di filiera”.

  5. Pino permalink
    20 agosto 2012 12:28

    Visto che per qualcuno il libero mercato è produrre senza limiti, tralsciando poi sul come vendere tutto sto prodotto allora chapeau.
    Non mi sembra di aver detto nulla di così innovativo, visto che anche nei citati USA e Australia (mi limito a ciò che conosco) , e senza i miei consigli, nessun produttore si sogna di fare alcunchè senza prima avere firmato un preventivo contratto con un acquirente del prodotto (e la controparte prima di firmare deve avere le idee molto chiare su quanto riuscirà a venderne), con una stregua di studi legali pronti alla consulenza in caso di inadempienza.
    Che ciò avvenga durante una cena, può darsi, che questa abbia un costo, può essere, ma esiste anche la parola “investimento” per defnire un costo costruttivo di una cena.
    Che io sappia in Italia ciò si fa da anni in Piemonte (gli accordi,non le cene) e non parliamo dello Champagne in Francia e con trattative che sono quelle “dure” e normali delle contrapposizioni nel fare un contratto di vendita, ma tant’è , e ne abbiamo un esempio qui sopra, pochi in Italia si pongono il problema di fare dei contratti prima di produrre e ahimè ne vediamo i risultati alla produzione.
    Ricordo che l’Italia esporta vino quanto le 3 nazioni da lei citate messe assieme, veda lei se non siamo competitivi, e provi mò a vedere a che prezzi vendono il loro vino gli USA.

    Ma data la mia inutilità è meglio che non disturbi oltre in questi alti luoghi.

  6. 20 agosto 2012 15:37

    Sig. Pino, quello che lei dice mi da la possibilità di precisare alcuni dati e, forse, sfatare alcuni luoghi comuni, per cui il suo intervento è tutto tranne che inutile.
    Gli accordi di cui lei parla possono riguardare le grandi aziende industriali, nei confronti delle grandi catene di distribuzione, e non sono che una percentuale minima rispetto al totale e certo non riguardano la larghissima maggioranza delle aziende vinocole italiane, composte in genere di piccole realtà che lavorano sul mercato in modo totalmente diverso (ovvero si devono trovare giorno per giorno chi gli compra il vino, tra il ristorantino o l’enoteca di paese, che gli unici accordi che chiedono sono quelli dei pagamenti dilazionati).
    Per quanto riguarda l’Italia, che è un grande paese produttore, l’export è sicuramente tra i punti forti, basti pensare che in volume esportiamo molto più della Francia, I problemi vengono invece quando si parla di dati espressi in valore, perchè qui la Francia ci surclassa, grazie al mix di prodotti di grande qualità e tradizione, tra i quali i Bordeaux, gli Champagne, ecc.
    La cosa preoccupante è che l’Italia è al penultimo posto come valore medio, davanti solo alla Spagna, ma dietro a paesi come l’Australia, il Cile, la Nuova Zelanda, gli USA, ecc.
    Le cose quindi sono due, o questi famosi contratti di cui lei parla non li sappiamo proprio fare, o forse questo sistema iperburocratico, con manie di controllo del mercato tramite il controllo dell’offerta forse non funzionano come dovrebbero. E sopratutto, come lei conferma, la gente queste cose forse non le conosce.

  7. Alberto Guidorzi permalink
    21 agosto 2012 19:45

    Pino

    Io non sono del ramo ma conosco il paesaggio italiano e ti do due esempi: ormai i vigneti sono arrivati alle porte di Venezia se si percorre la strada verso Trieste. Sono andato ad Isola vicentina recentemente per strada normale ebbene dopo Lonigo, se non prima è tutto un vigneto.
    Prima in queste terre era tutto mais. Se si piantano vigneti in continuazione come si fa a regolamentare la produzione? In Francia fissano superficie e limiti di produzione. Infatti noi esportiamo più della Francia in volume, ma non in valore, eppure dovremo essere in grado di fare qualità più e meglio della Francia.

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