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Libertari, statalisti alimentari

27 agosto 2012

L’economista Jayson Lusk dell’Oklahoma State University ha condotto un’indagine i cui risultati sono stati da poco pubblicati e che costituisce la base per un libro in uscita ad aprile dal titolo “The Food Police: A Well Fed Manifesto about the Politics of Your Plate“. Cito dall’abstract:

Utilizzando i dati di un sondaggio su oltre 700 americani, abbiamo cercato di misurare e indagare la natura delle ideologie politiche dei cittadini in relazione al cibo. I risultati rivelano che la maggioranza degli intervistati può essere classificato come “statalista alimentare” dal momento che auspica una maggiore azione di governo nel campo alimentare e agricolo rispetto allo status quo.

Un risultato che accomuna gli americani di ogni orientamento politico e ideologico, e che se può risultare coerente tra i liberals e i conservatori, suscita qualche sorpresa quando si scopre che anche i libertari tendono a sostenere la necessità di maggiori controlli da parte dello Stato lungo la filiera alimentare, fino ad arrivare a giustificare interventi distorsivi del mercato come i sussidi agli agricoltori, se giustificati dalla necessità di conseguire una maggiore qualità e sicurezza per i prodotti in commercio.

E’ una sorpresa fino a un certo punto, però. Pochi mesi or sono, su queste pagine, prendendo spunto da un articolo di Mike Gibney, avevamo parlato di come la percezione del rischio si orienti facilmente sulla base di presupposti non razionali, che prescindono dalla valutazione del pericolo in sé:

Paul Slovic cita tre aspetti principali che vengono utilizzati dai consumatori nella costruzione di un pericolo percepito per la loro salute e cioè “terrore”, “familiarità” e “controllo”. Diamo un’occhiata a un problema di salute pubblica, che ha un impatto estremamente basso sulla popolazione, ma un enorme impatto personale su coloro che cadono vittime della malattia. Il morbo di Creutzfeldt-Jakob (CJD) è la manifestazione umana del “morbo della mucca pazza” (BSE) e conduce ad una morte terribile negli esseri umani. Così possiamo spuntare il primo fattore, “terrore”. L’idea che si sviluppino buchi nel nostro cervello e morire di una morte lenta e dolorosa è veramente terrorizante. Pochi di noi hanno conosciuto qualcuno che ha sofferto di CJD o che ha avuto un parente stretto che affetto da questa malattia e quindi la cosa ci è del tutto sconosciuta. La seconda casella (“familiarità”) è quindi spuntata. E infine c’è il “controllo”. Come si fa a sapere dove si trovano i prioni della BSE? Non è possibile, quindi davvero siano alla mercé della fortuna. Confrontiamo ora l’atteggiamento verso questa malattia rispetto a quello che abbiamo nei confronti dell’obesità, che determina enormi costi per la sanità pubblica e che procura gravi sofferenze ad un gran numero di persone. In primo luogo non provoca “terrore”. Le persone obese possono star bene, essere felici, avere successo e vivere una lunga vita! Non temiamo l’obesità ed abbiamo anche “familiarità” con essa. Infatti tutti conosciamo persone obese. E per quanto riguarda il “controllo”, ogni volta che vuoi basta una dieta un po’ di attività fisica: tutti conosciamo persone che hanno perso peso.

Non sappiamo quindi se, come sostiene Lusk, le questioni alimentari siano portatrici di una sorta di “ideologia a sé” (ragioniamo alla stessa maniera quando ci sentiamo più sicuri viaggiando in automobile piuttosto che in aereo), ma siamo certi che le politiche che hanno come oggetto il cibo (e il consenso che trovano tra i consumatori di ogni orientamento politico, ideologico o religioso) trovano fondamento proprio in quest’area irrazionale della nostra sfera decisionale e comportamentale.

Lo stesso Lusk ne discute su Reason.com con Baylen Linnekin, il quale si domanda se i risultati sarebbero stati differenti se i cittadini intervistati fossero stati consapevoli dei costi che simili politiche comportano. Su questo ci permettiamo di nutrire qualche dubbio: nel 2010 la stragrande maggioranza degli intervistati da Eurobarometro si dichiararono favorevoli a destinare circa la metà del budget UE al sostegno al settore agricolo, tramite la Politica Agricola Comune. Casomai, sostiene Lusk, è interessante notare una certa differenza tra intenzioni ed azioni quotidiane concrete:

La mia ricerca dimostra che ciò che le persone affermano nei sondaggi spesso non riesce ad allinearsi con quello che fanno nel negozio di alimentari. La gente spesso esprime a parole una disponibilità molto più elevata a pagare per evitare nuove tecnologie alimentari di quanto non sia realmente disposta a pagare quando si tratta di denaro reale e cibo reale

In realtà quel che potrebbe far cambiare idea ai contribuenti e ai consumatori (anche in questo caso, di ogni orientamento politico o ideologico) è qualche informazione in più sulla reale capacità di queste politiche di conseguire gli obbietivi che si prefiggono: la consapevolezza, per esempio, che dietro le politiche che riguardano il cibo si nascondono per lo più spinte protezionistiche, e che il protezionismo genera maggiore insicurezza alimentare. Che non esiste nessun vantaggio ma esistono numerose controindicazioni per la sicurezza alimentare e per la sostenibilità ambientale dell’intera filiera derivanti dal sostegno ai prodotti biologici, OGM-free, a km zero. Cominciare a considerare l’idea che certe politiche siano sbagliate, si fondano su presupposti infondati tanto dal punto di vista scientifico quanto da quello economico e ci allontanano dall’obbiettivo, piuttosto che semplicemente costose. Come afferma Jayson Lusk,

io personalmente credo che ci sono alcuni rischi concreti nel dilagare della regolamentazione alimentare che mettono in pericolo la nostra capacità di mangiare a prezzi accessibili cibo di alta qualità. Abbiamo una buona causa da sostenere e fortunatamente la ragione è dalla nostra parte.

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