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Cara, mi si è ristretto il vigneto

10 ottobre 2012

PoggioArgentiera – 10/10/2012

In questi anni si e’ fatto di tutto per ridurre l’offerta di vino dall’Italia: contributi UE per l’espianto, difesa ad oltranza del sistema dei diritti di reimpianto dei vigneti (ora all’esame della UE per una liberalizzazione “light”. 1. 2), blindatura delle denominazioni di origine. Il tutto seguendo il karma del “ridurre e controllare il potenziale produttivo” (no, non si parla di proliferazione nucleare, ma di vino).

Sembrerebbe che il problema piu’ grosso in Italia siano i troppi vigneti, e tutto converge per ridurli. E infatti ci siamo riusciti bene, siamo passati da 1 milione e 143.000 ha del 1982, ai 770.000 ha del 2011.  Attualmente l’Italia e’ il terzo paese produttore a livello mondiale (dati OIV 2011) dopo Spagna e Francia, mentre al quarto posto sale la Cina con 560.000 ha, seguita da Turchia (che pero’ ha molte vigne utilizzate non per vino) e gli USA (400.000 ha). Seguono poi tutti i paesi noti come l’Argentina, Australia, Cile, ecc. In genere il nuovo mondo e i nuovi paesi produttori (Cina in testa) aumentano, e il vecchio mondo diminuisce.

Le reazioni alle liberalizzazioni sono in genere emotive e scomposte, paventando l’invasione di vigneti anche sulle piazzole delle autostrade, scenari di prezzi in caduta libera, ecc. Insomma il disastro e la morte.

Ma la realta’ appare  ben diversa. Le scorte sono in continuo assottigliamento da un paio di anni a questa parte, tanto e’ vero che le esportazioni italiane in volume sono diminuite sensibilmente (-9% nei primi sei mesi dell’anno), e il vino comincia letteralmente a scarseggiare, e questo e’ valido non solo per i vini prestigiosi, quelli a DO, ma sopratutto per gli IGT e i vini da Tavola. Quest’anno in vendemmia ho visto percorrere i vigneti da mediatori impazziti alla ricerca di uva di qualunque tipo.

Molti hanno detto che questa situazione e’ un bene, sopratutto per gli agricoltori. Ed e’ un fatto che, per es. nel Morellino di Scansano il prezzo dell’uva e’ aumentato del 30%, dai € 75 ai €100 al Qle, e cosi a seguire il prezzo dello sfuso, oramai a livelli astronomici di € 200 ad Hl (anche se poi si fa fatica a capire come, gli stessi che hanno promosso e incentivato questa situazione mettano in vendita il Morellino a € 3.80 in offerta nei supermercati, misteri della fede).

Ma se gli agricoltori sono contenti, bisognera’ chiederci se questa allegria sara’ capace di contagiare anche i consumatori, italiani ed esteri, che saranno raggiunti da aumenti considerevoli.

Come ci ricorda il Corriere Vinicolo, in un articolo intitolato “Mercato all’origine, la corsa al rialzo è appena iniziata“:

“La media italiana – rilevata da Med.&A., l’associazione nazionale agenti e mediatori in vino – vede incrementi minimi rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso del 30-35% per i vini Dop e Igp, per attestarsi al 50% per il segmento base”

Molti commentatori sono spesso in preda a facili entusiasmi quando vedono i prezzi in aumento (forse non pagano il vino che bevono, e’ una possibilita’), segnale sicuro, a loro avviso, dell’avvenuto riconoscimento della indiscussa qualita’ del vino italiano. Ma, come ci ricorda ancora l’articolo in questione:

Il rischio è che su molti prodotti – specie quelli basici, ma il discorso è analogo anche per certe produzioni a Do o Ig – si scateni una guerra al centesimo se la distribuzione non sarà disposta a recepire le pur legittime istanze del segmento imbottigliatori, schiacciati tra prezzi in rialzo da una parte, aumento dei costi delle materie prime e dei materiali sussidiari dall’altra”.

Immaginatevi adesso un azienda che in questo particolare periodo congiunturale si presenti dai suoi clienti chiedendo aumenti del 20-30 % rispetto ai listini dell’anno precedente. Ma voglio anche essere cauto, pensate solo ad aumenti del 5-10%. Cosa credete che sara’ la risposta? Nel migliore dei casi gli aumenti verranno accettati, sotto avviso che i quantitativi ritirati saranno inferiori, e nel peggiore dei casi la risposta sara’ negativa.

Ma l’ultima parola spettera’ comunque al consumatore. Non dimentichiamoci che un aumento di € 0.20-0.30 del prezzo all’ingrosso si traduce in oltre € 1 sul prezzo allo scaffale (e spesso basta per far passare il vino alla fascia piu’ alta, es da € 4.90 a € 5.90 oppure da € 8.99 a oltre € 10, con effetti importanti sulle vendite) o molto di piu’ su quello al ristorante. Questo e’ vero specialmente sui mercati esteri che, in questo momento, e’ bene essere chiari, stanno salvando la pelle a molte aziende (compresa questa).

Di sicuro, in un mercato estremamente competitivo come quello odierno, dove pochi centesimi fanno la differenza, questa situazione creera’ delle tensioni enormi, con passaggio di quote di mercato da vini di un paese ad un altro, la cui riconquista, laddove immaginabile in un futuro, non potra’ che avvenire a costo di sforzi straordinari.

Le cause di questa particolare carenza sono certamente anche di natura congiunturale, con una vendemmia come quella appena passata, tra le piu’ piccole di sempre. Pero’ alla base vi sono anche, ed hanno un peso determinante, politiche agricole di stampo dirigista che hanno regolato e continunano a farlo, il potenziale produttivo.

Certamente il settore agricolo, e quello viticolo in particolare, non sono caratterizzati gia’ di per se di una elasticita’ di adattamento significativa, il che, combinato con la pressione, spesso piu’ ideologica che determinata dallo studio dei fatti (anzi, qui gli studi non esistono quasi mai, si va solo ad affermazioni iperboliche indimostrabili) del  controllo dell’offerta, ci porta alla poco invidiabile situazione di avere richieste di vino dall’estero che non potranno essere soddisfatte, quote di mercato messe su un piatto di argento per i concorrenti, margini in diminuzione. Tutto questo avviene in uno dei settori di punta dell’economia italiana (piu’ grande dell’automotive), con prospettive in crescita e l’unico in grado di sollevare la bilancia commerciale in campo agricolo.

E se si provasse a introdurre liberalizzazioni consistenti e lasciare che gli imprenditori facciano, come dovrebbero, il loro lavoro, assumendosene, come fanno sempre (quelli veri) le responsabilita’, gli onori e gli oneri? E’ piu’ titolato a decidere se piantare o meno un vigneto, un imprenditore che rischia dei soldi in proprio, oppure qualche burocrate che campa a stipendio pubblico, gettoni di presenza, diarie, benefits e tutto quant’altro ci viene presentato dalle cronache di questi tempi?

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2 commenti leave one →
  1. Alex permalink
    10 ottobre 2012 18:00

    Ho visto della burocrazia vitivinicola (più un sistema è complicato e più “addetti” di qualunque tipo vi si intrufolano e più alti sono i costi burocratici) che voi umani non potete nemmeno immaginare

  2. Pino permalink
    18 ottobre 2012 17:40

    Convengo con Alex che un produttore di vino ha più burocrazia di un smaltitore di scorie radioattive (e non sto scherzando!!).
    Sul tema invece dell’articolo il dibattito è stato molto acceso anche alla UE , che alla fine praticamente all’unanimità ha deciso per un ulteriore slittamente della liberalizzazione.
    Per completare l’articolo però vorrei ricordare che l’export Italiano del vino è in costante crescita (al contrario dei consumi interni) e che però tale export ha un valore unitario assai più basso di tutti gli altri paesi mondiali, quindi un margine sul prezzo credo sia ancora possibile nonostante gli aumenti.

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