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All’ombra delle serre – 2

4 dicembre 2012

La Nuova Sardegna racconta la storia delle serre fotovoltaiche di Milis, quaranta ettari di terreno agricolo coperto di serre dalla Milis Energy SpA. Sopra le serre pannelli fotovoltaici, sotto le serre nulla: un banale escamotage per accedere agli incentivi per la produzione di energie rinnovabili, garantendosi anche la quota di sussidi prevista nei Piani di Sviluppo Rurale, e poco importa, lo capirebbe anche un bambino, che la superficie al di sotto di una serra coperta anche solo per il 50% da pannelli solari risulti pressocché interamente ombreggiata e buia, inadatta quindi a qualsiasi tipo di coltura.

Nulla di nuovo per chi legge queste pagine, e anche se il cronista de La Nuova Sardegna ricorda che secondo il ministro Catania la produzione agricola in questo tipo di impianti dovrebbe essere garantita, non dovrebbe sfuggire che è stato lo stesso ministro, nel decreto liberalizzazioni, ad aver dato la stura alla realizzazioni di impianti del genere equiparando gli impianti fotovoltaici costruiti sulle serre a quelli realizzati su edifici, proprio mentre bloccava i sussidi ai nuovi impianti fotovoltaici a terra su terreni rurali. Cosa che da queste parti avevamo fatto puntualmente notare. I sussidi non raggiungono il suolo con la stessa inclinazione dei raggi solari, evidentemente, e possono crescere rigogliosi anche all’ombra delle serre. E andiamo avanti.

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18 commenti leave one →
  1. FrancescoPD permalink
    4 dicembre 2012 22:08

    Mi risulta che ci sia l’obbligo della coltivazione, pena la decadenza del maggior beneficio (equiparazione ad un tetto) e la retrocessione delle tariffe ad impianto su terreno.
    Confido che il GSE e gli enti preposti facciano i controlli di legge, in caso sarebbe un’omissione perseguibile.

  2. 5 dicembre 2012 00:45

    @ Francesco
    L’obbligo della coltivazione ci sarà anche… ma cosa coltivi nell’ombra perpetua?
    Saluti,
    Mauro.

  3. Alberto Guidorzi permalink
    5 dicembre 2012 01:54

    Mauro

    Anche per la PAC bisogna seminare ma non è obbligatorio raccogliere, forse anche qui vale la stessa regola…..

  4. Rodolfo permalink
    5 dicembre 2012 10:38

    Un obbligo di semina che non implichi una coltivazione, equivale ad un “obbligo di sprecar soldi”.
    Davvero abbiamo leggi che dicono questo? Non che mi stupirei troppo.

  5. 5 dicembre 2012 10:51

    Rodolfo, è fin troppo semplice. La semina non garantisce il raccolto, ovviamente, dato che ci sono fin troppi fattori che possono andare male in una stagione. Quindi uno riceve il sussidio (parliamo degli aiuti diretti della PAC) se semina, non se raccoglie. E la cosa è perfettamente coerente con lo spirito della PAC post riforma McSharry, degli anni ’90, che voleva proteggere il reddito degli agricoltori e al tempo stesso far calare le produzioni in un continente che, grazie al sostegno ai prezzi degli anni precedenti, faceva troppe eccedenze. In questo modo gli agricoltori hanno potuto ridurre gli imputs produttivi, e quindi i costi, compensando attraverso il sussidio “un tanto ad ettaro” la minore produttività o anche la produttività zero, nelle occasioni in cui la produzione è talmente bassa da rendere antieconomica la raccolta.

    Per farla breve, per decenni i consumatori hanno integrato il reddito degli agricoltori pagando prezzi maggiori che nel resto del mondo, mentre i contribuenti pagavano gli esportatori perché ci liberassero delle eccedenze (deprimendo le economie in via di sviluppo con tonnellate di roba a prezzo quasi zero scaricate nei porti di ogni dove). Quando la cosa non ha retto più, i contribuenti hanno cominciato ad integrare il reddito degli agricoltori, in modo che potessero produrre di meno, o anche nulla (remember set-aside).

    Facile no? Almeno finché c’è chi paga.

  6. Alberto Guidorzi permalink
    5 dicembre 2012 15:54

    Giordano hai ragione
    Infatti, benchè si siano fatti sforzi per ridurre la spesa del bilancio agricolo comunitario, esso rappresenta ancora quasi un 40% di tutto il budget. Ora che siamo in periodo di vacche magre la sproporzione è venuta al pettine e si sta parlando di darci un ulteriore taglio. Cosa ineluttabile a mio avviso, checchè ne dicano Francia e Italia o altri.

    Solo che guardando in casa nostra e confrontandoci con altri ne risulterà che l’agricoltura nazionale ne uscirà “becca e bastonata” (accomunandovi gli agricoltori che di ciò devono ringraziare le loro associazioni di categoria). Spiego il perchè: la Francia di soldi ne ha incassati tanti, ben più di noi e vorrebbe che la manna continuasse, anche perchè possono vedere dove sono andati a finire i soldi, infatti la loro agricoltura è cresciuta in produttività e trasformazioni funzionali a mantenere un posto di preminenza tra le agricolture mondiali, noi invece i soldi che abbiamo preso si sono persi in mille rivoli o sono serviti solo a mantenere in vita microaziende che però non sono progredite, come anche quelle grandi d’altronde perchè gli aiuti PAC si sono risolti semplicemente nella tesaurizzazione delle terre e in un mercato fondiario ingessato,

    Appunto saremo becchi e natonati, con buona pace dei consumatori (becchi e bastonati anche loro perchè l’autosufficienza alimentare è al 50%) che per ogni acquisto abbiamo sborsato una parte di IVA che è andata a finanziare la PAC senza ricavarne sostanziali benefici come collettività.

  7. 5 dicembre 2012 16:31

    si, anche in Sicilia, si diffondono le serre fotovoltaiche truffa.
    All’interno di esse sono coltivare specie ombrofile, che tuttavia difficilmente danno un reddito.
    Quasi sempre si tratta di operazioni finanziarie operate da banche d’affari padane, che prendono in affitto ventennale i terreni dagli agricoltori, e lucrano con i soldi dei contribuenti.

    In generale, è sempre fastidioso leggere degli agricoltori come di una casta che vive di sovvenzioni europee, quando in realtà esse, almeno in alcune regioni italiane, sebbene siano destinate all’agricoltura, sono in realtà appannaggio di banche, assicurazioni, istituti di ricerca, industriali, sindacati, etc..

    Personalmente, anche se mi rendo conto che non è così per tutti (ma per tanti certamente, ricordo ad esempio che alcune categorie di produttori, come quelli orticoli, non percepiscono un euro, pur essendo i più esposti alla concorrenza sleale generata dalla mondializzazione), se eliminassero la PAC e contemporaneamente tutti gli adempimenti fiscali, ambientali, igienico-sanitari etc, cui lei mi costringe, sarei assolutamente soddisfatto.
    Ma chiaramente non succederà…altrimenti ci troveremmo con un bel pò di disoccupati in più e non sarebbero certamente agricoltori!

  8. bacillus permalink
    5 dicembre 2012 21:24

    Ombrofilo non c’entra nulla con l’ombra. Semmai stiamo parlando di specie sciafile. A sapere quali sono quelle di interesse agricolo.

  9. 5 dicembre 2012 21:55

    bacillus
    sarebbe meglio se ti dedicassi alla tua vera attività di programmatore di software, piuttosto che avventurarti in campi in cui sei un semplice (presuntuoso) orecchiante

    dal sito della Treccani alla voce “piante sciafile”:

    “si è visto che le piante del primo gruppo sono quelle che amano vivere in pieno sole in paesi dove piove poco o non piove affatto e quindi sono ombrofobe o eliofile, mentre le altre vivono in regioni dove le piogge sono frequenti e sono appunto ombrofile o sciafile.”

  10. FrancescoPD permalink
    5 dicembre 2012 22:21

    @Mauro
    appunto, il GSE deve, ripeto deve togliere la maggiorazione sugli incentivi, non mi interessa se si possa o meno coltivare sotto serra fotovoltaica, il fatto è che ora non sono coltivate, quindi hanno perpetrato una violazione di legge.
    La normativa è corretta, quindi deve essere applicata, non la applichi? paghi! Come paghi? Mediante riduzione degli incentivi. Mi sembra facile e logico.
    Di furbi nel mondo delle rinnovabili ce ne sono stati fin troppi, ed è ora che il GSE si svegli perchè la cassa piange, e se io dovessi pensare a quanti soldi mi rubano dalle mie tasche per pagare questi furbi, mi verrebbe la voglia di bombardarli questi impianti, tanto sono del tutto inutili ed un insulto all’intelligenza ed al buon senso.

  11. bacillus permalink
    5 dicembre 2012 23:34

    Infatti, Granduro, eviti con cura di dirci quali sono le specie di interesse agrario coinvolte nella diatriba.
    Tant’è che tu, contadinissimo, non fai cenno di una specie agricola che nel caso specifico proliferi alla grande.
    Tu avrai esperienza, no? Io sono una mezzasega di programmatore…
    Facci sapere.

  12. 6 dicembre 2012 08:01

    sono specie ornamentali. Generalmente tra quelle che rientrano nelle cosiddette piante d’appartamento.

  13. 6 dicembre 2012 13:06

    Mah, Granduro, nel mio commento ho provato a descrivere una situazione (che a me pare oggettiva), non volevo descrivere gli agricoltori come una casta di rentiers.

    Quel che è certo è che in Italia i sussidi sono stati comunque usati peggio che altrove, e i risultati del nostro settore agricolo, in termini di competitività, lo dimostrano: oltre a “banche, assicurazioni, istituti di ricerca, industriali, sindacati” (la tua osservazione è più che pertinente) la PAC è anche un sistema mediante il quale la politica finanzia sé stessa, soprattutto attraverso i PSR.

    Ma è vero anche che la PAC garantisce microrendite, sono in molti casi divenuti l’unica fonte di reddito, e il fatto che spesso sia totalmente inadeguato non toglie nulla al fatto che sia uno strumento per puntellare lo status quo, piuttosto che per favorire l’innovazione.

  14. 6 dicembre 2012 14:27

    No Masini tu rappresenti lo spirito della penultima riforma PAC. quando scrivi:
    “Quindi uno riceve il sussidio (parliamo degli aiuti diretti della PAC) se semina, non se raccoglie. ”

    Con la riforma attualmente in vigore: “ricevi il sussidio anche se stai a casa a girare i pollici. Non sei tenuto a seminare nulla (hai soltanto dei vincoli più o meno vaghi di carattere ambientale).
    Così di fatto, chi coltiva oggi la Terra, lo fa esclusivamente perchè gli conviene.
    In pratica vi è stata (molto spesso) una scissione tra la figura del proprietario detentore di diritti PAC ed il conduttore del fondo che sta sul mercato e non ottiene neanche un centesimo dalla PAC.
    E ciò paradossalmente non è stato un male. Ha radicalmente rivoluzionato lo scenario
    agricolo nel senso che tu auspichi. Aumento delle’estensione aziendale (seppure in affitto o uso), aumento della professionalità dell’agricoltore-conduttore, aumento della efficienza e della produttività. Certo ciò ha generato i cosiddetti sofà-farmer, ma Monti sta pensando a colpire pesantemente la proprietà, ed ancora non abbiamo visto nulla.
    Così molto meglio prenderli in affitto i terreni, piuttosto che acquistarli. Chi ce li ha, se li piange.

    Trovo così datata e fuorviante la tua rappresentazione. Mi dispiace che non ti renda conto del grande mutamento generato dall’ultima PAC.

    Si, vero anche la politica, lo volevo scrivere ma poi mi sono trattenuto, pensando che potessi risultare eccessivamente paranoico. Il PSR è uno strumento clienterale eccezionale.

  15. Alberto Guidorzi permalink
    6 dicembre 2012 20:13

    Hai perfettamente ragione Granduro.

    E’ da tempo che mi scaglio contro i sofà-farmer, perchè non hanno nessuna ragione di essere considerati agricoltori.

    La PAC doveva da sempre essere appannaggio di chi coltivava il terreno, ma allora si dovevano individuare delle categorie professionali precise e fare in modo di fare una cernita tra veri agricoltori e solo proprietari di terra.

    So che tu conosci la Francia ebbene io ho assistito l’applicazione della OCM zucchero fin dal suo nascere in Italia ed in Francia ( la coltivazione della bietola da zucchero era esclusa dagli aiuti PAC in quanto non rientrava nelle POC)

    In Francia si sono fatte corrispondere le quote di produzione zucchero degli zuccherifici con tante e sufficienti quote bietole producibili dagli agricoltori. Ambedue le figure erano quindi titolari di quote che si complementavano. Solo che le quote non furono assegnate all’impresa agricola, ma al terreno di quell’impresa: solo chi coltivava quel terreno (affittuale o proprietario poteva sfruttare la quota). Se si vendeva la terra le quote seguivano la terra e non il titolare dell’impresa.

    In Italia invece gli zuccherifici assegnavano quote di produzione bietole annualmente ai richiedenti. Evidentemente in funzione dei bisogni di materia prima assegnavano le quote a chi pareva loro.

    Ebbene il primo modo di agire, quello francese, è una della cause che ha spinto i coltivatori di bietole francesi a migliorare la produzione in quanto per loro il produrre sempre la stessa quantità di bietole su una superficie sempre minore era un vantaggio economico non indifferente. Non solo ma dato che la bietola è sempre stato un raccolto ben pagato fecero di tutto perchè la quota si perpetuasse, quindi quando uno zuccherificio andava male si sostituivano ai privati per gestire la fabbrica in modo da impossessarsi anche dell’utile indsutriale. Oggi il 70% degli zuccherifici francesi è cooperativo.

    In Italia invece l’agricoltore si offriva di coltivare le bietole solo in funzione del prezzo e non si sentì mai spinto a fare miglioramenti ( o almeno pochi lo fecero). Con ciò gli zuccherifici vissero anni con troppe bietole da pagare e anni con poche bietole da trasformare. Fu una delle ragioni per cui nel 2006 crollò la nostra filiera zucchero, in quanto aveva vissuto sempre in condizioni di criticità economica.

    Gli aiuti Pac dovevano avere appunto questo scopo: far progredire agricoltori e agricoltura, invece hanno arricchito solo chi possedeva la terra (che non sempre inpersonificava un agricoltore) Da qui il declino della nostra agricoltura, della non crescita professionale della categoria e delle ambasce che si vive ora che i prezzi non sono più sostenuti. Chi possiede la produttività ormai appena appena si salva, tutti gli altri non ricavano neppure per pagare le tasse.

  16. 6 dicembre 2012 21:17

    Bé Guidorzi, ogni tanto, la vediamo nello stesso modo. E sono sicuro che se parlassimo di biologico lo saremmo ancor più spesso.

    Comunque i sofà-farmer, per me, saranno puniti dalla Storia. Ne conosco tanti, i più di loro non sanno più neanche quali siano i confini dello loro proprietà e saranno costretti a svenderli i loro terreni quando avranno bisogno di liquidità.

    In più, l’ultimo Governo, ha inasprito le tasse, significativamente in misura maggiore ai proprietari non IAP o coltivatori diretti. I sofà farmer ancora non lo hanno capito, ma nei prossimi anni si troveranno a pagare molte più tasse dei conduttori in regola con i contributi previdenziali.

    Anche la nuova Pac, poi dovrebbe dargli un colpetto, vedremo…

    Infine sugli agricoltori resistenti e sul declino della nostra agricoltura, devo dirti che la selezione Darwiniana messa in atto dalla globalizzazione e dall’ultima PAC, è stata tale, che chi ha resistito sinora, risulta molto temprato alle avversità, nel senso che gioco forza è stato costretto ad innalzare l’efficienza produttiva aziendale (che non è un mero discorso di rese colturali, eh). Sarà così difficile buttarli fuori dal mercato, o almeno spero (visto che io mi ritengo uno di loro).
    Certo, nulla di paragonabile all’agricoltura francese, che sta su un altro pianeta.
    Le cooperative transalpine stanno diventando dei player internazionali in vari settori agricoli, sul blé dur ad esempio dai una occhiata a questo articolo:

    http://www.midilibre.fr/2012/11/28/le-ble-dur-du-midi-a-la-conquete-du-monde,602061.php

    Ma le cooperative almeno qui dalle mie parti, generalmente servono soltanto per fottere denaro pubblico e/o dei soci meno scaltri. Così non le ritengo un modello di sviluppo percorribile per il contesto in cui opero.

  17. Alberto Guidorzi permalink
    7 dicembre 2012 12:12

    Sicuramente che ci troveremmo d’accordo su molte cose.

    Come tu sai sono in pensione, ma non ho mandato il cervello in pensione, tuttavia quando trovo amici che mi chiedono come sto, la mia risposta è: “benissimo” perchè finalmente posso scrivere e dire ciò che mi pare. Sai quando andavo da un cliente mi chiedevo sempre e dovevo farlo anche obtorto collo: ” ma questo cosa vuol sentirsi dire”.

    Pertanto quando ci si addentra in problemi tecnici oppure si commentano gli andamenti dell’agricoltura senza costrizioni di sorta l’evidenza è tale che la nostra esperienza non può che far vedere le cose alla stessa maniera.

    Il Messico è divenuto esportatore di grano duro grazie ai lavori del Cymmit in Francia la Florimond DESPREZ per la quale ho lavorato ha ormai una selezione di grani duri, cosa a cui solo 30 anni fa non avrebbe mai pensato di fare.

    La differenza tra la cooperazione italiana e francese sta in questo: in Francia la forza propulsiva della cooperazione sono gli agricoltori con la loro volontà di intraprendere, mentre in Italia l’iniziativa (Non si può parlare di forza propulsiva) è dei politicanti per loro uso e consumo, mentre gli agricoltori sono una variabile indipendente (il discorso vale sia per il Nord che per il Sud)

  18. Gianni permalink
    16 gennaio 2013 16:54

    Ad esempio si possono coltivare fragole, come fanno in moltre altre serre a poca distanza 🙂

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