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L’agenda agricola della Lista Monti

30 dicembre 2012

Altri si sono dedicati ad esaminare i contenuti della cosiddetta Agenda Monti nel loro complesso. In questa sede ci limitiamo ad analizzare il punto che più ci interessa, ovvero quello che riguarda la politica agricola.

Nel corso dell’attuale legislatura sono state prese diverse misure di semplificazione e rilancio del sistema agroalimentare, ma non è stato possibile portare a compimento alcune importanti iniziative legislativi e amministrative avviate.

Qui la domanda sorge spontanea: quali sarebbero le “diverse” misure di semplificazione e rilancio di cui si parla? Si lascia intendere che siano state talmente tante da non poterle enumerare tutte nello spazio necessariamente stretto di una agenda programmatica, a noi invece non ne viene in mente nemmeno una.

Ce ne vengono in mente alcune, d’altro canto, che vanno in direzieone diametralmente opposta, a cominciare dall’art. 62 del decreto liberalizzazioni, che impone una contrattualizzazione forzata di tutte le transazioni commerciali che hanno come oggetto prodotti agroalimentari deperibili o meno. Senz’altro non una misura di semplificazione, data l’ulteriore mole di carta che gli agricoltori dovranno predisporre per la gioia di studi agronomici ed organizzazioni professionali, ma nemmeno di rilancio: imporre un termine di 30 giorni per il pagamento dei prodotti agroalimentari (60 per quelli non deperibili) ha come primo effetto che gli agricoltori non possono più decidere di pagare i prodotti della campagna di semina a raccolto, come spesso facevano, e li costringe a ricorrere al credito per pagare i fornitori

Per aiutare la crescita sostenibile del settore agroalimentare italiano occorre fermare la cementificazione e limitare il consumo di superficie agricola come proposto nel disegno di legge per la valorizzazione delle aree agricole e il contenimento del consumo del suolo, adottare un grande piano di gestione integrate delle acque si può tutelare il territorio sia dal rischio di dissesto idrogeologico che di carenza idrica.

Si riconosce la mano del ministro Mario Catania in questo passaggio, in particolare nel riferimento al ddl che gli aveva fatto meritare il nomignolo, da queste parti, di ministro della via Gluck. Abbiamo già preso in considerazione il ddl in questione, qui e qua, e non ci torniamo sopra se non per ricordare come le misure proposte avranno come effetto un ulteriore aumento della burocrazia e delle intermediazioni pubbliche clientelari: si propone infatti l’istituzione di un tetto massimo di ettari agricoli la cui destinazione d’uso può essere convertito in terreni edificabili, suddiviso poi tra le regioni e quindi tra i comuni. Il tutto prescindendo dal fatto che solo il 30% del suolo agricolo perso negli ultimi 40 anni è stato coperto dal cemento. Il restante 70% (3,5 milioni di ettari) sono stato semplicemente abbandonati dagli agricoltori perché non sufficientemente produttivi, e restituiti quindi agli ecosistemi naturali: un effetto dell’intensificazione agricola tutt’altro che negativo.

Sul grande piano di gestione integrata delle acque sorvoliamo: non avendo chiaro di cosa si tratterebbe, evitiamo di commentare una supercazzola.

Bisogna prendere misure per assicurare che agli agricoltori non rimanga una quota troppo bassa del valore aggiunto generato lungo le filiere agroalimentari, favorendo una maggiore aggregazione dell’offerta che dia agli agricoltori un adeguata forza contrattuale sul mercato ed eliminando le intermediazioni inutli e parassitarie che sottraggono reddito.

Anche qui non è molto chiaro: l’aggregazione dell’offerta è un passaggio fondamentale per lo sviluppo e il rilancio del settore agricolo italiano, ma andrebbe perseguito liberando il settore dai vincoli burocratici che lo tengono saldamente imbullonato ad uno status quo desolante e disincentivano gli agricoltori a perseguire l’efficienza produttiva per i mercati locali e globali. Se per “intermediazioni inutili e parassitarie” si intendono quelle del sottobosco pubblico e sindacale che prosperano nell’intermediazione delle rendite, siamo convintamente d’accordo. Se invece, come sospettiamo, ci si riferisce ai passaggi di filiera che conducono al prodotto trasformato, allora siamo nel mondo del luogo comune più trito e stantìo, e ci fa specie che anche il programma di Mario Monti non rifugga dal vizio di fornire agli agricoltori alibi inconsistenti e a buon mercato.

Serve dare una maggiore protezione agli agricoltori dalle crisi, climatiche o di mercato, cicliche o meno incentivando le pratiche assicurative a livello nazionale e comunitario. Bisogna affrontare il problema di come assicurare un migliore accesso al credito agrario specializzato.

In genere un programma di governo dovrebbe fornire risposte, più che porre domande. Non ci conforta in alcun modo sapere che l’Agenda Monti si pone il problema di assicurare un migliore accesso al credito, ci avrebbe fatto piacere sapere come e con quali strumenti. Anche qui, poche idee ma confuse.

Serve infine tenere la guardia alta sulla tutela del “made in Italy”, proteggendo le produzioni nazionali con attività di repressione dell’agro-pirateria, e, sul piano internazionale, rafforzando la lotta alla contraffazione e all’Italian sounding.

Anche in questo caso siamo nella sfera dei luoghi comuni, e per far prima a spiegare il perché faccio il copia e incolla di un post di qualche tempo fa: secondo la commissione parlamentare d’inchiesta sulla contraffazione il giro d’affari complessivo dell’italian sounding può essere stimato attorno ai 60 miliardi di euro, 21 nella sola UE. Secondo un banale sillogismo, questi soldi sarebbero sottratti illegittimamente al nostro sistema produttivo e basterebbe reprimere adeguatamente il fenomeno per mettere le cose a posto. Ma questo a mio avviso è un sillogismo molto fragile, per due ragioni.

In primo luogo, dubito che vi sia un modo per pretendere che  i paesi europei o gli Stati Uniti reprimano chi mette, tanto per dire, una bandierina italiana su una confezione di formaggio prodotto altrove. La contraffazione è un’altra cosa, e quella è contrastata in ogni paese civile. Ma se l’etichetta indica correttamente che quel formaggio è prodotto nel tale stabilimento degli Stati Uniti, è difficile che possa essere considerato reato chiamarlo “italianissimo”, “mamma mia”, o roba del genere.

In secondo luogo, se la stima di 60 miliardi di euro è esatta, quanti di questi finirebbero nelle tasche dei produttori italiani se improvvisamente l’italian sounding dovesse per incanto sparire? In genere questi prodotti sono di non straordinaria qualità e soprattutto di basso prezzo, quindi fanno concorrenza,necessariamente, ad altri prodotti low cost. E il Made in Italy da esportazione non è certo low cost. Siamo proprio sicuri che chi acquista un formaggio italian sounding si orienterebbe, in mancanza di questo, verso l’originale e non verso un formaggio greek  sounding, french sounding o direttamente american sounding?

E a proposito di american sounding, quanto ne è passato nelle nostre case nei decenni passati? Quanti infimi prodotti nostrani (non alimentari, per ovvie ragioni) erano coperti di stelle e di strisce, quanti marchi evocavano direttamente gli Stati Uniti nel nome, nel logo, nelle pubblicità? E quanto l’industria degli Stati Uniti è stata danneggiata da questo fenomeno? Molto poco, probabilmente. D’altronde  non risulta che Hollywood sia stata messa in crisi dagli spaghetti western girati a Cinecittà e dalla canea di attori italiani che all’epoca per farsi notare si americanizzavano il nome.

E’ infine necessaria una forte politica di sostegno all’export per imprese agricole ed industriali contando sul ruolo rafforzato dell’ICE per il settore.

Ovvero di un ente inutile soppresso lo scorso anno, poi riesumato per essere trasformato in ex ICE: una tipica storia da carrozzone italiano. Sapere che il settore agricolo potrà contare sull’ICE, (o sull’ex ICE o come diavolo oggi si chiama) per recuperare posizioni nell’export farà tirare un sospiro di sollievo a tutti noi, e soprattutto al nostro amico Gianpaolo, che dell’efficienza di questo ente ha esperienza diretta e documentata.

Un’ultimissima annotazione per i redattori dell’Agenda Monti: un correttore di bozze o una esperta dattilografa (o entrambi) avrebbero evitato una densità di errori di ortografia decisamente imbarazzanti. Come per i contenuti, anche per la forma (scritta) si sarebbe potuto fare decisamente qualcosa di più.

  • Update: forse tra le “diverse misure di semplificazione e rilancio del sistema agroalimentare” l’estensore dell’agenda pretenderebbe di annoverare il cosiddetto “pacchetto latte”, ovvero il decreto firmato lo scorso ottobre (esplicitamente in deroga alle norme sulla concorrenza) nel quale si estende ai consorzi di tutela dop e igp il potere di entrare a gamba tesa sul mercato, e di imporre ai produttori (magari proprio a quelli che non hanno problemi a vendere) il blocco in magazzino di determinate quantità di prodotto, al fine di contrarre l’offerta e conseguentemente far alzare i prezzi. Tutto è possibile, continuiamo a cercare.
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4 commenti leave one →
  1. 30 dicembre 2012 20:55

    Consolatevi con il fatto che il capitolo sull’agricoltura è l’unico in cui si parla di consumo di territorio, di catastrofi naturali e di “crisi climatiche” (sic). Evidentemente per il professore tutto si riconduce sempre all’economia. Patetica ristrettezza di vedute.

  2. Fulco permalink
    30 dicembre 2012 22:55

    Se per l’agricoltura la scelta del ministro tecnico e’ stata confusa con “ministro burocrate ” i risultati non potevano che essere quelli esposti nell’articolo. Non mi sono stupito di nulla di ciò che è avvenuto!!

  3. Alberto Guidorzi permalink
    31 dicembre 2012 10:08

    Fulcro

    “ministro burocrate”, ma anche cieco, solo lui poteva non sapere cosa capitava al Mipaf e chi era in realtà Ambrosio.

  4. ale ale permalink
    31 dicembre 2012 11:48

    Alberto, ok, è appena passato Natale, consideriamolo cieco

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