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L’agricoltura che ci piace

23 gennaio 2013

Quello che segue è il testo dell’approfondimento programmatico sull’agricoltura di Fare per Fermare il Declino, al quale abbiamo dato un contributo significativo, pubblicato ieri sul sito del movimento guidato da Oscar Giannino. Più che come un documento definitivo, il testo va inteso come una bozza per la crescita del settore agricolo italiano e l’inizio, speriamo, di un percorso di elaborazione programmatica che rimetta l’impresa agricola al centro di una scena finora occupata solo dai sussidi pubblici e dall’intermediazione politica e corporativa, oltre che da lughi comuni assai duri a morire.

Come abbiamo sempre detto, fin dalla presentazione di questo blog, “l’agricoltura che ci piace è un’agricoltura libera. Libera prima di tutto dai luoghi comuni che, nell’indifferenza generale e con l’accondiscendenza dei mezzi di informazione, orientano le politiche di spesa e di intervento pubblico, libera dai sussidi, libera di svilupparsi attraverso l’innovazione e il mercato. E libera di parlare di sé senza piangersi addosso“. E’ la stessa agricoltura che piace a Fare per Fermare il Declino.

  • La superficie media dell’impresa agricola italiana è di 7,9 ettari a fronte dei  53 di quella francese, i 56 di quella tedesca, i 65 di quella danese, i 79 di quella del Regno Unito e i 152 di quella Ceca. E’ la fotografia di un sistema produttivo che sconta inefficienze decennali, frutto prima di tutto di una eccessiva frammentazione fondiaria e di un utilizzo delle risorse della Politica Agricola Comune finalizzato prevalentemente a sostenere lo status quo piuttosto che a superare le cause profonde di queste inefficienze.
  • E’ necessario rimuovere tutti gli ostacoli, prevalentemente di natura burocratica, che ostacolano l’accorpamento fondiario, e riformulare il sistema di erogazione degli aiuti diretti della PAC secondo criteri che incentivino la piccola impresa a cercare forme innovative di aggregazione dell’offerta fin dalle fasi di produzione. Va ripristinata la norma, abrogata dal Governo Monti, che consentiva anche alle società di capitali di poter optare per la tassazione su base catastale.
  • Il sostegno al reddito dovrebbe essere ripensato come una forma di welfare a termine, teso ad accompagnare l’impresa improduttiva senza traumi fuori dal mercato, piuttosto che un sistema di erogazione ed intermediazione di microrendite, e un modo per sostenere in eterno attività produttive inefficienti e decotte.
  • La tassazione patrimoniale sui terreni e fabbricati rurali deve essere oggetto di una profonda riforma, che includa in un’unica voce anche i contributi generali di bonifica, e che consideri la vocazione strumentale dei fabbricati rurali. Gli aumenti sconsiderati dell’IMU agricola vanno rivisti, così come vanno superati gli astrusi regimi di deroghe ed esenzioni su base territoriale. I consorzi di bonifica vanno sottoposti a una severa valutazione delle performances, che preveda la possibilità di soppressione di quegli enti che non rispettino elementari rapporti tra costi per i contribuenti e benefici per la collettività.
  • I criteri attraverso i quali vengono erogati gli aiuti allo sviluppo, attraverso i Piani di Sviluppo Rurale redatti dalle regioni, devono essere fondati su una rigorosa analisi scientifica che riconosca il contributo positivo dell’innovazione tecnologica e dell’intensificazione agricola per la biodiversità e la salvaguardia ambientale. Oggi una grossa fetta di questi aiuti vengono elargiti a realtà associative, consortili, sindacali, politiche, nonché agli stessi enti locali, che non hanno nulla a che fare con l’agricoltura. Un modo attraverso il quale la politica, mediante la PAC, contribuisce a finanziare sé stessa e uno spreco di risorse al quale va posto rimedio al più presto.
  • Non si può continuare a negare, alle imprese agricole italiane, il diritto di avvalersi delle tecnologie che migliorano le rese unitarie o garantiscono rese analoghe con minori imputs produttivi. Il bando all’uso delle varietà geneticamente modificate iscritte al catalogo comune europeo, per le quali nessuna evidenza scientifica ha mai dimostrato pericoli per la salute umana e per l’ambiente, deve essere rimosso. Allo stesso tempo va rimosso l’anacronistico bando alla ricerca in campo aperto sulle biotecnologie agrarie, che potrebbe rappresentare un fondamentale strumento per il recupero e la difesa di importanti varietà tradizionali italiane.
  • Anche le norme che impongono agli agricoltori limiti all’utilizzo di semente autoprodotta sono in contraddizione con i più elementari principi di libertà di impresa, e vanno superate.
  • I consorzi che tutelano le Denominazioni di Origine hanno lo scopo di garantire al consumatore che un determinato prodotto provenga da un determinato luogo e sia stato fatto secondo un determinato disciplinare di produzione. Qualsiasi altra funzione, pur riconosciuta dalla legge, di controllo dell’offerta e di stabilizzazione del mercato rappresenta una violazione dei principi della libera concorrenza, oltre a un disincentivo agli investimenti proprio nei settori a più alto valore aggiunto. La fine del sistema di contingentazione delle superfici viticole e la liberalizzazione dei diritti di reimpianto dei vigneti, prevista per il 2015, va vista come un’opportunità di sviluppo e di rilancio per il settore vinicolo italiano.
  • Una riforma strutturale delle norme che regolano l’attività venatoria, in un senso più rispettoso dei diritti di proprietà, potrebbe condurre a nuove opportunità di reddito per l’impresa agricola, a una maggiore salvaguardia della fauna selvatica e a consistenti risparmi per lo Stato e gli Enti Locali.
  • L’art. 62 del decreto liberalizzazioni, che impone una contrattualizzazione forzata di tutte le transazioni commerciali che abbiano come oggetto prodotti agroalimentari, costituisce un’intollerabile intromissione dell’autorità pubblica nei rapporti tra soggetti privati. Se l’intenzione dichiarata del decreto, che impone un termine massimo di 30 giorni per il pagamento di prodotti deperibili e 60 per tutti gli altri, sarebbe quella di riequilibrare il peso del piccolo produttore di fronte alla GDO, si può dire che l’obbiettivo viene mancato clamorosamente. In primo luogo perché quello che non si riflette sui tempi di pagamento si rifletterà inevitabilmente sul prezzo o sulla scelta di diversi fornitori, specialmente esteri. In secondo luogo perché i primi a fare le spese di questo sistema sono proprio gli agricoltori, che non possono più liberamente scegliere di pagare “a raccolto” i loro fornitori, finendo costretti a dover ricorrere al credito (in un periodo di feroce stretta creditizia) per finanziare gli acquisti.
  • Numerose evidenze supportate dalle risultanze di indagini investigative hanno portato alla luce tali e tante incongruenze nella gestione delle anagrafi bovine e dell’intero sistema di gestione delle quote latte e delle erogazioni in agricoltura, da suggerire la possibilità, tutt’altro che remota, che l’Italia non abbia mai sforato la quota nazionale ad essa assegnata, e che di conseguenza i prelievi sugli allevatori siano di fatto illegittimi. Qualsiasi decisione in merito alla riscossione dei tributi agli allevatori deve essere subordinata alla piena chiarezza su queste vicende.
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17 commenti leave one →
  1. 23 gennaio 2013 13:21

    Ciao Giordano,
    Ottimo lavoro; condivido. Molto interessante quanto scrivi sul problema quote latte, ma andrebbe spiegato /analizzato meglio perchè rischia di sollevare un mare di polemiche (come sai qui in Veneto la questione è piuttosto “sentita”…)

  2. Martino Benzoni permalink
    23 gennaio 2013 15:14

    Ciao Giordano,
    Sono Martino agricoltore frutticoltore di Ravenna e aderente al comitato di Fare a Ravenna.
    Sono d’accordo in linea di massima con le idee che sono state esposte; tuttavia credo che rispetto agli altri punti e approfondimenti di Fid, questo sia un po’ scarno e privo di dati e numeri per chiarire meglio l’entità dei problemi agricoli italiani. Un semplice esempio è spiegare che in frutticoltura l’offerta agricola italiana è aggregata solo per il 35% e per contrattare con un mercato sempre più globale occorre unirsi e andare insieme.

    Per quel che riguarda l’art 62 non sono d’accordo. Io credo che l’obbligo di pagare entro un termine sia un modo per forzare le aziende a pianificare meglio i flussi di cassa e quindi migliorare la gestione (anche se nel nostro settore è difficile fare un budget preventivo considerato che siamo esposti a variazioni di quantità e qualità e di prezzi che sono determinate da fattori che non possiamo controllare).
    Inoltre uno dei problemi di tutto il sistema economico italiano è la brutta abitudine di pagare con dilazioni secolari è diventata una legge e il primo a farlo è la pubblica amministrazione. Secondo me dovrebbe essere esteso l’obbligo di pagamento a tutti entro al massimo 60 o 90 giorni.

    Altro aspetto che occorre approfondire è la pesca e la posizione di Fid a riguardo.

    Ciao continuiamo a Fare!

  3. mazzolmi permalink
    23 gennaio 2013 22:13

    peccato solo che Fermare il Declino non lo conosce nessuno…..break event point non raggiunto.

  4. 24 gennaio 2013 11:53

    Ciao
    non sono d’accordo con molti punti. Ma apprezzo il richiamo alla libertà di utilizzare semente autoprodotta. Sei stato onesto e ciò rende la tua battaglia per gli OGM più credibile.
    Bella la premessa soprattutto quando dici dell’agricoltura:
    “E libera di parlare di sé senza piangersi addosso”, condivido al 100%

    Riconosco una coerenza liberale e soprattutto liberista di fondo all’intera impostazione, e probabilmente è questo che non mi convince (ah,ah..)

    Avrei speso un paragrafo anche per gli accordi di libero scambio con i paesi Nord-Africani, che non sono affatto di libero scambio e simmetrici, ed avrei provato ad affrontare il tema della concorrenza con i paesi in via di sviluppo (che è uno dei nodi centrali per l’agricoltura almeno del Sud-Italia).

    In ogni caso si tratta di uno dei pochi documenti di politica agricola che dice qualcosa di concreto. Il confronto con l’irrilevanza della politica agricola nell’Agenda Monti è impietoso.

    Complessivamente spero che mandiate la vostra pattuglia in Parlamento, possibilmente a spese dei Montiani. Preferirei non essere nuovamente salvato da loro.

  5. Pino Doriguzzi permalink
    24 gennaio 2013 17:29

    Ma non ho capito. Questo è il manifesto ufficiale di FARE o è la proposta di Masini?
    Nel primo caso Giannino ha perso il mio voto.
    Quote latte, art. 62 e DO siamo fuori come balconi. Concordo solo su alcuni punti.
    Non sono d’accordo sugli OGM ma rispetto le opinioni.
    Sulla PAc non è chiaro, se mi dici che si auspica di eliminare ogni premio diretto e indiretto e di traslare il tutto sul 2° pilastro allora si può recuperare.

  6. Dario permalink
    24 gennaio 2013 17:35

    Non sono un agricoltore, ma lavoro nel mondo degli alimenti, quindi mi sento vicino alle loro esigenze. Sebbene si possa certamente sviluppare una proposta più approfondita, quella di FARE è senza dubbio la più concreta, la più condivisibile e la più informata delle posizioni sull’argomento. Degli altri che cosa si può dire? Vogliamo parlare della posizione della lega sulle quote latte? Vogliamo parlare delle posizioni (sempre più di una…) del PD sugli OGM? di che cosa vogliamo parlare?

  7. Alberto Guidorzi permalink
    25 gennaio 2013 01:31

    Giordano, purtroppo, ecco invece l’agricoltura che auspicano i probabili vincitori delle elezioni, vista la comunione di intenti con il governo francese.

    Ecco ciò che chiedono al ministro dell’agricoltura francese i firmatari della lettera sottoriportata che tra l’altro ne hanno concordato la nomina con il primo Ministro Hollande.
    ————————-
    Signor Ministro

    In seguito alla conferenza nazionale “agricoltura: produciamo in modo diverso” che si è tenuta il 18/12/2012 presso il Consiglio Economico, Sociale e Ambientale, noi vorremmo attirare la Vostra attenzione su diversi punti. Innanzitutto noi ci felicitiamo per la sua apertura alle alternative ed alla presa di coscienza circa la necessità di riformare il modello economico e industriale, inquinante e distruttore delle terre arabili, ciò al fine di rispondere agli impegni attuali verso uno sviluppo durevole.

    Tuttavia noi restiamo inquieti, anzi molto inquieti. Infatti, per riconciliare “ecologia e agricoltura” sembra che voi sosteniate una forma di agroecologia molto lontana da quella che noi sosteniamo, anzi che proponiate per la nostra agricoltura, la nostra alimentazione e lo sviluppo dei nostri territori qaulcosa di diverso. Ad esempio, certi esperti presentano la “non aratura” come una ricetta miracolo capace di riconciliare produttività e ambiente. Purtroppo la “non aratura” com’é concepita riposa sul concetto dell’utilizzazione di un erbicida totale per preparare i letti di semina e l’uso di sementi confettate con insetticidi tossici, Dato che Lei ha dichiarato la volontà di orientare la nostra agricoltura verso la riduzione dei prodotti fitosanitari, questo tipo di “non aratura” (ndt detta anche “semina su sodo”) non potrà in alcun modo rispondere alle vostre attese. Negli USA dopo 10 anni di promozione della “semina su sodo” associata a delle PGM tolleranti all’erbicida, più di 500.000 ettari sono invasi di erbe infestanti divenute tolleranti agli erbicidi e sono ritornate ad essere non più coltivate (ndt. Indipendentemente dal fatto che la semina su sodo negli USA nelle modalità indicate ha come fondamento un concetto diverso ed a valenza molto ecologica, Infatti lo si pratica laddove il già limitato spessore del suolo coltivabile e soggetto ad enormi asportazioni per effetto dei venti e delle acque di ruscellamento durante la stagione di riposo. Se è per questo anche l’agricoltura del “tagli e brucia” di molte decine di millenni fa ha anch’essa modificato l’ambiente).
    Oggi solo un pugno di agricoltori francesi praticano la “semina su sodo senza erbicidi”: è tecnicamente possibile, ma la pubblicità dei prodotti fitosaniatri e la ricerca agronomica ignorano totalmente la loro esperienza.

    Noi siamo anche inquieti di veder rinunciare ad avrogare , come voi ce l”vete promesso, la legge votata nel dicembre 2011 sul certificato di costituzione vegetale (COV) delle sementi e ci annunaciate che il decreto di applicazione in preparazione sarà sufficiente per per proteggere i diritti dei coltivatori (Ndt: già prima del decreto i piccoli coltivatori con produzione di 92 t di cereali potevano riseminare liberamente il loro prodotto di varietà protette da COV). Contemporaneamente il Brevetto Unitario Europeo stende un tappeto rosso ai detentori di un brevetto sul vivente (ndt espressione totalmente falsa). Perché chiudere tutte le possibilità di sviluppo delle sementi contadine adattate ai bisogni di un’agroecologia indipendente dalle ditte agroindustriali (ndt: mi risulta che vi è chi costituisce varietà contadine non le iscrive, ma poi le vende e non le regala)

    Noi siamo inquieti di vedere gli agricoltori legati mani e piedi ed alla mercé delle sementi commerciali e di non lasciare loro intravvedere un avvenire nella corsa in avanti tecnologica. Non è sola fatalità se il numero dei contadini continua a diminuire. Al contrario, noi affermiamo che è stimolando l’installarsi di sistemi autonomi contadini che si può invertire la tendenza per “produrre altrimenti” e divenire così il modello mondiale dell’agroecologia.

    Infatti, è solo così che gli artigiani, TPE (molto piccole imprese) e PME (piccole e medie imprese) dell’agroalimentare potranno trovare delle materie prime di prossimità (ndt: Km0).
    E’ solamente così che i nostri territori rurali conserveranno la loro vitalità, perché la produzione agricola, la trasformazione artigianale e locale, i circuiti corti di distribuzione sono i mezzi per tendere e conservare la nostra sovranità alimentare (ndt: io voglio mangiare per primo a scanso di pericoli di tirare la cinghia perchè di cibo non ve n’è più)

    Noi invochiamo una riforma agraria favorente l’agricoltura biologica, diversificata ed a taglia umana, delle forti azioni verso le TPE alimentari impegnate in circuiti corti di approvvigionamento e di distribuzione, la rivalutazione dei mestieri artigianali. Un tale approccio permetterà di tendere verso un equilibrio ecologico, sociale, economico delle filiere agricole e agroalimentari e servirà da base alimentare per la società nel suo insieme.

    La nostra definizione dell’agroecologia è quella che concepiscono e praticano i contadini dell’America del Sud, con il sostegno dei loro poteri politici (finanziamento della ricerca, adattamento delle leggi). Cioè un’agroecologia sinonimo di agricoltura a Km0 e creatrice di impieghi (ndt: da fame!) inserita in una economia sociale e solidale, fattore di vitalità dei territori, la sola che può servire per alimentare i cittadini con prodotti diversificati.

    L’inversione da prendere per evitare l’uso distorto e l’inquinamento delle nostre risorse terrestri e marine è alla nostra portata. Permettete che coloro che praticano veramente l’agroecologia, tanto snobbati da lungo tempo dai potenti esperti dell’agronomia francese, possano trasmettervi il loro sapere in materia di agricoltura, d’artigianato agroalimentare e d’organizzazione sociale, per tentare di sviluppare l’agricoltura contadina e biologica.

    Nell’attesa di un riscontro favorevole da parte vostra , noi vi preghiamo di credere, Sig. Ministro, (ndt: il ministro francese è Stefan Le Foll che ha già dato un saggio di cosa intende per agricoltura nei suoi proclami da neo ministro) l’espressione della nostra alta considerazione

    La lettera è firmata da:
    Fédération Nature & Progrès (1)
    13, Boulevard Louis Blanc
    30100 ALES

    1)che raggruppa i seguenti firmatari : Amis de la terre, Artisans du Monde, Aspro Pnpp, Bio Consom’acteurs, BEDE, Colibris, Confédération Paysanne, DEMETER France, FADEAR, Fédération Nature & Progrès, Fondation Sciences Citoyennes, Générations Futures, La Ligne d’Horizon, Ligue pour la Protection des Oiseaux, MINGA, MIRAMAP, Mouvement d’Agriculture Biodynamique, Réseau Cohérence, Slow Food France, Terre et Humanisme.

  8. Alberto Guidorzi permalink
    25 gennaio 2013 01:45

    Aggiungo i 10 punti che l’AIAB italiana proporrà ai nuovi governanti.

    I dieci temi proposti:

    1. Interventi legislativi e nel quadro della Legge di stabilità per portare il biologico al 20% di superficie agricola utile al 2018;

    2. Sottoscrizione di un disegno di legge per aumentare almeno al 50% gli acquisti pubblici verdi (inclusa ristorazione collettiva);

    3. Varo urgente della clausola di salvaguardia su coltivazione Ogm;

    4. Determinazione di strumenti legislativi e finanziari per conseguire l’obiettivo del 100% di agricoltura biologica nelle aree Natura 2000;

    5. Impulso parlamentare per il ripristino della dotazione finanziaria del fondo originato dal prelievo del 2% sulla vendita di agrofarmaci a vantaggio della ricerca biologica;

    6. Approvazione di una legge nazionale per la promozione dell’agricoltura sociale e di nuovi modelli di welfare partecipativo;

    7. Lotta al consumo di suolo e promozione dell’occupazione giovanile nelle campagne;

    8. Promozione di un disegno di legge volto a dare vita a iniziative di realizzazione della Sovranità alimentare in Italia;

    9. Gestione del verde pubblico con i metodi del biologico, a tutela della salute dei cittadini;

    10. Definizione di una delega a sottosegretario Mipaaf su Biologico e sovranità alimentare e costituzione di intergruppo parlamentare bio.

  9. 25 gennaio 2013 19:18

    Guidorzi

    ma dai…nel PD ci sono posizioni di vario genere. Anzi solitamente il settore che più amano è quello finanziario, altro che biologico. Così hanno anche sponsorizzato il nuovo future sul grano duro: AGREX (ti toccherà studiare un pò di finanza nel tempo libero, mi sa).
    http://www.statoquotidiano.it/18/01/2013/borsa-del-grano-a-foggia-mongiello-un-primato/123151/

    Mentre qui, trovi il mio post sulle proposte di FID:
    http://durodisicilia.blogspot.it/2013/01/le-proposte-agricole-di-fid-fare-per.html#more

    Ciao

  10. Alex permalink
    26 gennaio 2013 10:48

    Le future regole dovranno essere scritte in modo semplice e chiaro per mettere agli agricoltori di gestirsi il più possibile (la tecnologia deve aiutare e non complicare) comodamente da casa, sopratutto quelli lontani dai centri di servizio, le varie domande PAC e tutto ciò che gira intorno in modo da tagliare fuori la costosissima intermediazione di vari soggetti che in questo momento si portano a casa una bella fetta di aiuti comunitari. Ciò comporta anche una bella riflessione sugli Organismi pagatori.

  11. 26 gennaio 2013 17:19

    Mi chiamo Nicola Manferrari e faccio il viticoltore da 31 anni. Sono arrivato qui perché avevo apprezzato i discorsi di Giannino alla radio. Approvo molte parti del programma ma pure si evidenziano lacune importanti e aspetti che non mi trovano d’accordo probabilmente conseguenza delle stesse. La lacuna principale è non aver evidenziato, e probabilmente compreso, la natura stessa dell’agricoltura dalla qual cosa deriva una serie di errori. L’agricoltura è un’attività economica tesa a produrre merci e servizi. Se dalle merci l’agricoltore trae un corrispettivo economico ponendole sul mercato, i servizi sono erogati per lo più a titolo gratuito alla collettività: infatti è messa in capo all’agricoltore la tutela del suolo e del paesaggio agrario. Se in tempi arcaici agricoltura comunità e collettività tendevano a coincidere, in una società industriale o post industriale operante su di un mondo globalizzato la mancata monetizzazione dei servizi erogati dell’agricoltore alla collettività genera distorsioni insostenibili. La “forma” del paesaggio agrario, per usare un linguaggio da urbanisti, è garantita dal quotidiano lavoro dell’agricoltore. Così come la sua sicurezza, infatti ambienti rurali fortemente antropizzati come quelli italiani necessitano di un quotidiano lavoro di manutenzione che quando non viene effettuato produce disastri. Tuttavia il rapporto fra valore delle merci prodotte e valore dei servizi non è costante fra le diverse agricolture. L’incidenza dei servizi è massima nelle zone difficili della collina e della montagna dove è spesso assolutamente prevalente sulla produzione di merci ed è diversa da situazione a situazione. Per tentare di esprimere quantitativamente il concetto posso affermare e dimostrare (cosa che qui non faccio per esigenza di brevità) che fra una stessa uva da vino prodotta in pianura o in collina per essere ottimisti ci può stare una differenza di costo dell’ordine di grandezza di un fattore dieci: sì, dieci volte di più e solo per essere ottimisti che la differenza potrebbe risultare superiore da un conteggio accurato. Cos’è che assorbe la differenza? Semplicemente i maggiori costi da sopportare per realizzare custodia ambientale e paesaggistica. Un esempio concreto? La sistemazione fondiaria resa necessaria per realizzare un vigneto di collina in situazione neppure troppo difficile può costare sul nostro flysch 100.000 € /ha burocrazia compresa. In pianura 0 €. 100.000 € affrontati con un mutuo ventennale fanno 200.000 € sommando gli interessi ammesso di trovare una banca che te li dia per il fatto che il costo della sistemazione potrebbe essere addirittura superiore a quello di mercato del terreno. Ammortizzati in vent’anni 10.000/ha/ anno. Su di una produzione di 5000 Kg/ ha fa € 2,00 per kg di uva. Solo per rinnovare strade, terrazze, scoli dell’acqua e drenaggi necessari perché l’ambiente non si disintegri, costo questo da aggiungere ai costi di coltivazione oltre a quelli di annuale manutenzione. Per rendere l’idea in pianura ove il lavoro di custodia ambientale assolutamente c’è pur con un’incidenza minore, dalle mia parti un’uva da vino può venir mediamente pagata meno di mezzo euro al Kg. Dunque qualsiasi analisi economica e politica dell’agricoltura che non consideri il grande regalo che essa elargisce alla collettività non può che portare a valutazioni e scelte sbagliate. Per capirci, si tratta di soldi, di molti soldi. Le manutenzioni che noi facciamo delegate a degli impiegati comunali costerebbero enormemente di più con un’efficacia certamente più bassa perché minori sarebbero le motivazioni e probabilmente la professionalità dei soggetti che le prenderebbero in carico. Costi che la collettività deve accollarsi se intende convivere pacificamente con l’ambiente in cui è immersa qualora l’agricoltura desse forfait. Frasi come “Il sostegno al reddito dovrebbe essere ripensato come una forma di welfare a termine” locuzioni come “aiuti allo sviluppo” “attività produttive inefficienti e decotte” devono essere completamente riformulate se si intende riconoscere l’erogazione di servizi all’ambiente all’interno della normale attività produttiva dell’azienda agricola. L’agricoltore non DEVE essere aiutato se non ce la fa, ma DEVE essere pagato per quel che fa. Considerare l’agricoltore che si prodiga per la salute dell’ambiente quale improduttivo e inefficiente se non guadagna abbastanza è come considerare un medico curante un parassita per il fatto di non produrre merci ma soltanto benessere per la società.

    Caro Giordano e caro Giannino, se dovesse leggermi, il mio consiglio è di riscrivere tutto su di una chiave nuova che sappia monetizzare il lavoro degli agricoltori per intero e non solo per una parte. Detto questo è fuori discussione che l’agricoltura abbia un bisogno vitale di libertà, di salutare concorrenza, forse anche di liberismo, questo non lo so, a patto tuttavia che i conti si facciano per intero e non come si usa alla Bocconi.

  12. 26 gennaio 2013 18:12

    Caro Nicola, il tuo commento mi permette di approfondire un punto, e mi scuserai se lo faccio copincollando direttamente dagli appunti che poi ho sintetizzato nei punti programmatici.

    Il secondo pilastro della PAC, quello degli aiuti allo sviluppo, si fonda sulla pretesa necessità di remunerare alcuni “public goods” ovvero quei beni che secondo la teoria economica non vengono remunerati adeguatamente dal mercato ma dai quali la collettività trarrebbero comunque un beneficio: salvaguardia ambientale, lotta ai cambiamenti climatici, tutela del paesaggio rurale e della biodiversità, sopravvivenza della piccola impresa agricola. Questo rappresenta anche il fondamento “ideologico” mediante il quale i contribuenti europei accettano di vedersi sottrarre risorse a vantaggio dell’agricoltura.

    E’ necessario partire dal presupposto per cui una politica che si incarica di remunerare determinati “public goods” non può fondarsi su pregiudizi e ideologie, ma deve essere rigorosamente “science based”. Quindi la novità sostanziale rispetto al passato dovrebbe essere quella di riconoscere, nei Piani di Sviluppo Rurale che si fanno carico, a livello regionale, di distribuire gli aiuti allo sviluppo, che l’intensificazione agricola e l’apertura ai mercati globali non sono una minaccia per l’ambiente ma anzi la strada maestra per uno sviluppo ecosostenibile. Questo in base ad alcune semplici evidenze:

    L’intensificazione agricola non minaccia, ma anzi favorisce la biodiversità: produrre di più sulla stessa unità di superficie comporta, come già avvenuto ai tempi della Green Revolution, l’abbandono di terreni marginali e meno produttivi e la loro conseguente restituzione agli ecosistemi naturali. E’ vero che la presenza degli aiuti diretti possono rappresentare un disincentivo al loro abbandono, ma possono essere immaginate in alcuni casi forme di sostegno del reddito a termine, per ovviare a questo inconveniente: una cifra annua per ettaro maggiore di quella percepita con l’aiuto disaccoppiato, ma per un periodo definitivamente circoscritto al termine del quale il terreno perderà necessariamente la sua destinazione agricola. Un esempio già ampiamente praticato e che può essere implementato è il sostegno al rimboschimento, per un periodo variabile dai 10 ai 20 anni.

    Per la stessa ragione, il sostegno a pratiche agronomiche meno produttive è controproducente per l’ambiente: se dovessimo produrre in regime di biologico il fabbisogno alimentare dell’umanità, saremmo costretti a deforestare una superficie pari a quella della Russia. Anche l’agricoltura di prossimità e la spesa a km zero non sono pratiche sostenibili, né da un punto di vista economico né da quello ambientale: in primo luogo la sovranità alimentare è fonte di insicurezza alimentare e di instabilità dei prezzi: se gli approvvigionamenti provengono tutti da una stessa area geografica, sono più facilmente soggetti ai rischi a cui le produzioni agricole sono normalmente esposte, e lo sono tutti insieme. Pretendere di panificare in Italia solo con grano made in Italy significa che il prezzo del pane dipenderebbe solo dall’andamento dei raccolti italiani, senza che i surplus provenienti da altri paesi possano intervenire a calmierarlo. Pretendere che tutto il fabbisogno agroalimentare sia prodotto vicino alla porta di casa significa che gran parte della produzione avverrebbe in aree climatiche e su terreni non vocati. Questo, se da una parte comporta maggiori costi e minori profitti per i produttori (che si traducono in prezzi più alti per i consumatori), dall’altra comporta una minore sostenibilità ambientale della produzione locale, dato che quei maggiori costi deriveranno da un uso più massiccio di acqua per l’irrigazione, fertilizzanti e fitofarmaci, oltre a richiedere l’impiego di più superficie agricola. Mentre non ha alcun fondamento scientifico l’ipotesi secondo la quale ridurre le distanze percorse dal cibo porterebbe a una riduzione delle emissioni di gas serra, dato che il trasporto su lunghe distanze incide per una parte risibile sulle emissioni legate al cibo , mentre il resto proviene dalle fasi di produzione, stoccaggio e conservazione.

    Solo un’azienda agricola sana e vocata al profitto è in grado di svolgere la funzione di tutela e salvaguardia del paesaggio rurale che la PAC attribuisce agli agricoltori. Solo un’azienda di dimensioni sufficienti è in grado sostenere il costo della diversificazione produttiva, necessaria a salvaguardare le eccellenze del patrimonio agroalimentare italiano. La diversificazione non è solo utile all’ambiente. E’ in primo luogo utile al profitto dell’impresa agricola. Come chi investe in titoli si protegge dai rischi diversificando il portafoglio, anche un agricoltore sarà meno soggetto tanto alle bizze del clima quanto alla volatilità dei prezzi investendo su diversi tipi di colture. Ma diversificare costa: significa acquistare macchinari diversi adatti alle diverse coltivazioni, e significa una gestione aziendale più consapevole e attenta. Cose che le microimprese agricole oggettivamente non sono in grado di fare, o che fanno con difficoltà, condannandosi alla monocoltura e alla dipendenza dai sussidi.

    Il tuo esempio, Nicola, sui costi dell’agricoltura di collina e sui servizi che offre gratuitamente alla collettività, può fornire un ottimo esempio: quale public good dovrebbe remunerare il regolatore pubblico? In questo caso ne abbiamo almeno un paio: l’ambiente e il paesaggio agrario. Nel caso dell’ambiente, dovremmo chiederci se viene meglio tutelato restituendo terreni marginali agli ecosistemi naturali, o sostenendo il reddito di imprese che altrimenti sarebbero destinate alla chiusura. A una domanda del genere è il caso che sia la scienza a rispondere, e immagino che fornirebbe evidenze a sostegno della prima ipotesi (più sostenibile anche dal punto di vista economico). Infatti un ecosistema naturale complesso è più ricco di biodiversità di un appezzamento coltivato. Se invece il public good da remunerare è il paesaggio agrario, la cosa si fa più complessa, dato che intervengono considerazioni di carattere estetico. Ma in questo caso dovremmo ricordare che il paesaggio agrario non è qualcosa di immutabile, ma è il frutto dell’evoluzione delle tecniche produttive. Voler tutelare un paesaggio agrario fondato sull’impresa improduttiva, significa impedirne la trasformazione. Non è detto affatto che se una piccola azienda chiude quel terreno non sarà coltivato da altri, in maniera più efficiente. Oltretutto i maggiori costi dell’agricoltura collinare si riflettono abbondantemente nel differente valore dei terreni, nella misura in cui il loro valore non è distorto proprio dagli aiuti diretti.

  13. 26 gennaio 2013 21:34

    Caro Masini, grazie per la pronta, lunga e articolata risposta. Perdona se seguendoti mi prendo la libertà di darti del tu anche se non ci conosciamo e se dal tu possa derivare una dose aggiuntiva di franchezza. Dalla tua risposta pare di percepire un leggero fraintendimento delle mie parole e di cogliere un errore di valutazione dovuto a un pregiudizio. Intanto credo che si sia d’accordo sul “vinca il migliore”. Il problema sta nel “migliore” e su quali criteri fondare un tale giudizio di merito. Ci tengo a precisare che essendo io un piccolo viticoltore di collina, come la maggior parte dei miei colleghi, a differenza delle grandi aziende monocolturali di pianura non prendo un euro dalla PAC. Poi voglio premettere che mi pare di cogliere alla base del tuo ragionamento il pregiudizio che la grande impresa in quanto tale è efficiente mentre la piccola non lo è. Parrebbe di cogliere dal tuo argomentare che lo ritieni un assioma talmente ovvio da non necessitare di una dimostrazione. Ciò probabilmente mutuato da altri settori per cui mi vien da chiedere se hai mai lavorato dentro un’azienda agricola. Intendendo a livello di produzione, portandoti dietro gli operai in campagna. Perché qui non c’è una catena di montaggio, le macchine che scandiscono il tempo, i robot che lavorano al posto degli uomini, sono gli uomini che fanno o che non fanno a loro liberissimo piacimento. Dico questo perché l’affermazione della maggiore efficienza della grande azienda mi pare cosa da marziani. Da sempre, dai tempi dei romani, s’è fatta una politica agraria tesa a favorire l’assegnazione dei fondi di estensione commisurata alla capacità lavorativa del soggetto o della famiglia destinata alla coltivazione. Una miriade di riforme agrarie furono fatte con il fine di rispettare un tale principio di efficienza. La collettivizzazione della terra in URSS così pure nell’autogestita Jugoslavia, tesa ad accorpare le superfici per realizzare grandi aziende industriali ha ovunque fallito. Per chiunque abbia lavorato la terra la spiegazione appare semplicissima. Il mestiere di contadino è un mestiere duro che necessita di un alto livello di motivazione difficile da ottenere da lavoro salariato. Se a questo si aggiunge l’alto livello di conoscenze necessarie per svolgerlo, specie se si vuole giustamente rompere la monocoltura per realizzare rotazioni e differenziazioni colturali, considerata la quasi inesistente disponibilità di personale già formato sul mercato è chiaro da dove vengono le inefficienze. Per fare bisogna sapere e volere. Dunque l’affermazione che la grande azienda industriale è in grado di differenziare mentre il contadino no la trovo stupefacente. La rotazione è innanzitutto una questione culturale, sì scritto con la “u”, prima che di macchine. L’agricoltura antica era fatta da famiglie contadine che normalmente praticavano nel proprio piccolo fondo decine di colture e di allevamenti. Per realizzare con efficienza ciò bisogna sapere, sentire, conoscere i terreni, le colture, le relazioni fra i primi e le seconde. Storicamente la grande azienda ha tracciato la strada della monocoltura portandosi dietro tutto il resto perché s’era detto con disprezzo che quella delle rotazioni erano pratiche del passato di aziende tese alla alla sussistenza e non orientate al mercato. L’usura dei suoli è stata massima là dove quel modello ha imperato. L’usura dei suoli e l’inquinamento della acque non entrano nel conteggio del PIL. Ora, per quel che mi è dato di vedere intorno a me, le grandi aziende monocolturali hanno difficoltà a gestire l’intero ciclo produttivo di un’unica coltura con i medesimi soggetti così sono costrette a parcellizzare il lavoro. Un’azienda che fa vino avrà i cantinieri in cantina, i trattoristi in campagna, i potatori veri e propri diversi dai trattoristi, gli operai avventizi che finiscono il lavoro grezzo della potatura, e non guidano le macchine, i terzisti per la gestione del cotico erboso, gli specialisti per piantare i vigneti e così via. Siccome le lavorazioni sono stagionali che si fa del potatore quando non ci sono viti da potare? Lo si mette in cassa integrazione, poi se si accontenta della paga e se non c’è la vendemmiatrice forse gli si fa fare un mese di vendemmia così che se tra cassa integrazione e giornate lavorate si raggiungono i 180 giorni si ottiene la disoccupazione in attesa di tornare a potare l’anno successivo. Tutto a carico del contribuente. Naturalmente il tutto condito da una ovvia bassa qualità operativa che se una vite la prendono in mano in dieci anni cinquanta diversi soggetti peraltro scarsamente professionali si può pensare cosa ne rimane alla fine. Da cui le malattie del legno che spadroneggiano e il bisogno di rinnovare gli impianti di frequente attingendo ai fondi europei per la ristrutturazione dei vigneti. E’ forse efficienza questa?

    La debolezza della piccola impresa contadina non è dovuta tanto alla sua bassa efficienza intrinseca quanto al fatto che è indebolita da fattori che con la produzione nulla hanno a che fare. La burocrazia innanzitutto. E’ chiaro che se per svolgere gli adempimenti di legge in un’azienda famigliare si devono pagare venti consulenti come io faccio e se per seguire il lavoro degli stessi la figura forte dell’azienda, l’agricoltore, deve rinunciare a fare quello che sa fare meglio delegando il lavoro vero a salariati questo impatta in modo devastante sulla sua efficienza rispetto ad una grande. E’ chiaro che se per fare un cambio di coltura serve una pratica urbanistica oltre che acquisire una licenza da Bruxelles l’efficienza crolla. Ti posso garantire che le eccellenze delle nostre specialità che giustamente citi, ed io opero nel ramo da 31 anni, sono sempre state trainate nel nostro Paese dalle aziende piccole se non piccolissime. Salvo poi spesso subire la concorrenza sleale di soggetti più grossi che per sfruttare l’immagine creata talvolta da soggetti microscopici tendono poi a svilirla a proprio vantaggio uccidendo così la gallina dalle uova d’oro. Il problema della non competitività della piccola azienda nelle eccellenze alimentari non è nei campi, ma viene poi, a valle, con decreto governativo che imponendo standard ingiustificati e costosi ai laboratori di trasformazione mandano i piccoli fuori mercato. Un esempio concreto terra terra? Se il governo come l’ultimo ha fatto, impone di mettere un contrassegno di stato su di una bottiglia, cosa ritenuta inutile dal produttore dal consumatore e dell’intermediario, se per fare quell’operazione il viticoltore deve dotarsi di un macchinario che costa 15.000 €, se tale soggetto fa 100.00 di fatturato quell’operazione impatterà dieci volte di più sui sui conti che se ne fa 1.000.000, cento volte da quello che ne fa 10.000.000, indipendentemente dall’efficienza che quell’azienda sa esprimere. E’ chiaro che se in virtù dei piani urbanistici l’agricoltore di montagna e di collina deve farsi operatore ambientale a proprie spese e suo malgrado, rispetto ad aziende industriali operanti in ambiti non protetti vede erosa la sua competitività. Credo che l’efficienza della grande azienda conquistata per decreto non abbia nulla a che fare con il liberalismo e neppure, credo, con il liberismo. Almeno lo spero. Sbaglio?

  14. Diego permalink
    27 gennaio 2013 16:24

    Avrei voluto leggere anche qualcosa di più incisivo sulla presenza asfissiante delle organizzazioni professionali e sulle loro emanazioni che di fatto costituiscono un assurdo dell’agricoltura italiana. Saluti Diego Leva

  15. Alberto Guidorzi permalink
    28 gennaio 2013 02:48

    Granduro

    Mi trovi d’accordo su vari punti, però vorrei esserci quando si realizzeranno e se si realizzeranno in parlamento (lungi da me però il candidarmi non sono fatto molto per la mediazione)

  16. 20 febbraio 2013 09:56

    Secono me era meglio se ti candidavi tu, caro Guidorzi… http://www.ilgiornale.it/video/interni/giannino-si-vanta-master-887727.html

  17. Alberto Guidorzi permalink
    20 febbraio 2013 18:00

    Granduro

    Ma tu mi vuoi male, perchè mi vuoi mandare in manicomio alla mia età. Il Parlamento futuro sarà una gabbia di matti.

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