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Le “Shivanomics” e il ripudio della realtà

2 marzo 2013

Vandana Shiva (la conosciamo bene) è un’attivista ecologista indiana, nonché vicepresidente di Slow Food. A gennaio, sul Guardian, ha avuto l’opportunità di raccontarci la sua visione dell’economia, dettagliata in una sorta di manifesto programmatico. Dato che oggi viene ventilata la possibilità dell’elezione del presidente di Slow Food Carlo Petrini alla Presidenza della Repubblica (non è uno scherzo, nulla in questo paese sembra essere più uno scherzo), può essere utile dare un’occhiata a tale manifesto, e farsi un’idea della visione del mondo della quale si fa autorevole portatore.

La crisi economica, la crisi ecologica e la crisi alimentare sono il riflesso di un paradigma economico superato e fossilizzato  – un paradigma che nasce dalla mobilitazione di risorse per la guerra attraverso la categoria di ‘crescita’, e uno che ha le sue radici nell’ età dei combustibili fossili e del petrolio. E’ fossilizzato sia perché è obsoleto, sia perché è un prodotto dell’età dei combustibili fossili. Abbiamo bisogno di andare al di là di questo paradigma fossilizzato se vogliamo affrontare l’attuale crisi economica ed ecologica.

Superare con le suggestioni linguistiche la carenza di argomenti è moda assai diffusa: combustibili fossili = economia fossilizzata. Non vuol dire nulla, ma suona bene. Potremmo dire quindi che nell’età della pietra c’era un’economia pietrificata, e in quella del bronzo un’economia abbronzata. Poi c’è la categoria di “crescita” che mobiliterebbe risorse per la guerra, e il senso di questa frase sfugge. E’ l’uso della categoria di “crescita” che mobiliterebbe risorse per la guerra? Come, di grazia? O la crescita stessa? Quali guerre, in particolare?

Economia ed ecologia hanno la stessa radice, oikos, un’antica parola greca che significa ‘casa’ – sia la nostra casa planetaria, la Terra, che la casa in cui viviamo la nostra vita quotidiana in famiglia e nella comunità.

Ma l’economia ha deviato dall’ecologia, ha dimenticato la casa e si è focalizzata sul mercato. Un limite produttivo artificale è stato creato per misurare il Prodotto Interno Lordo (PIL). Questo limite produttivo definisce il lavoro e la produzione di sussistenza come non-produzione e non-lavoro, assumendo che se produci ciò che consumi, in realtà non produci. In un colpo solo, il lavoro della Natura nella fornitura di beni e servizi è scomparso. La produzione e il lavoro delle economie di sussistenza sono scomparsi e il lavoro delle donne, in particolare, è scomparso.

Ciò che ci sembra scomparso in un colpo solo, in realtà, sembra essere la logica. Al di là delle solite suggestioni linguistiche su prefissi e suffissi, quel che lascia a bocca aperta è la celebrazione dell’economia di sussistenza, nella quale si dovrebbe potere essere autosufficienti e felici producendo in casa ciò di cui si ha bisogno, dal cibo all’energia e non so che altro. Fantastico. Oltretutto, il fatto che il PIL non tenga conto del valore dei beni e servizi destinati all’autoconsumo, così come, secondo definizione, di quello dei beni e servizi consumati o trasformati dai produttori durante il processo produttivo, non dovrebbe meravigliare nessuno, e non toglie e non aggiunge nulla alla validità dell’indicatore.

Per raggiungere un certo livello di reddito, necessario a garantire pane e companatico a sé e alla sua famiglia, un calzolaio deve vendere un certo numero di scarpe. Per ottenere lo stesso risultato, un agricoltore deve vendere una certa quantità di prodotti della sua azienda. Se però l’agricoltore decide di trattenere in casa una parte della produzione per l’autoconsumo, e di mettere sul mercato solo il rimanente, alla fine dell’anno avrà guadagnato meno, ma avrà anche speso meno, facendo tornare i conti.

Certo, la signora Shiva dovrebbe rassegnarsi all’idea che il calzolaio potrà disporre del suo reddito con maggiore libertà di quanto non possa fare un contadino in un’economia di sussistenza, e che forse anche il contadino potrebbe disporre di maggiori opportunità dedicandosi alla produzione di ciò che chiede il mercato piuttosto che dedicandosi, in maniera scarsamente efficiente, a produrre solo ciò che gli basta per sopravvivere in una condizione di indigenza. Ovvero, che anche l’agricoltore avrà più opportunità di essere felice se potrà dedicare risorse anche alla meccanizzazione della sua azienda, che gli restituirà tempo libero, all’istruzione dei figli, che li liberà dalla servitù di una vita senza altra opportunità che il lavoro dei campi… Sul “lavoro della Natura nella fornitura di beni e servizi“, invece, stendiamo un velo pietoso, oltre che un buon numero di punti interrogativi.

Questa falsa misura fossile di produttività è alla radice delle molteplici crisi che abbiamo di fronte nell’alimentazione e nell’agricoltura. E’ alla radice della fame e della malnutrizione, perché mentre le merci crescono, il cibo e la nutrizione sono scomparsi dal sistema di produzione agricola. ‘Yield’ (raccolto) misura la produzione di un prodotto unico, non la produzione di alimenti e di nutrizione.

E’ alla radice della crisi agricola. Quando i costi degli inputs produttivi continuano ad aumentare, ma non vengono conteggiati quando si misura la produttività, i piccoli agricoltori marginali sono spinti in un modello di agricoltura ad alto costo che si traduce in debito e, in casi estremi, nell’epidemia di suicidi degli agricoltori alla quale abbiamo assistito.

E’ alla radice della crisi di occupazione. Quando le persone sono sostituitei da schiavi energetici a causa di una falsa misura di produttività, la distruzione dei mezzi di sussistenza e del lavoro è il risultato inevitabile.

E’ anche alla radice della crisi ecologica. Quando gli inputs di risorse naturali, combustibili fossili e di sostanze chimiche auemntano, ma non vengono contate, più acqua e terra si sprecano, le sostanze chimiche più tossiche vengono utilizzate, e più combustibili fossili del necessario. In termini di produttività, l’agricoltura chimica e industriale è altamente inefficiente. Essa utilizza 10 unità di energia per produrre una sola unità di cibo. E’ responsabile er il 75% dell’utilizzo di acqua, per il 75% della scomparsa della diversità delle specie, per il 75% del degrado del suolo e del territorio e per il 40% di tutte le emissioni di gas serra, che stanno destabilizzando il clima.

Qui siamo nell’ambito delle balle, anche se ben nascoste in una sequenza di frasi senza senso. Per cui, senza troppo preoccuparci di rintracciare un filo logico dove chiaramente questo filo non c’è (cosa vuol dire che il cibo è scomparso dal sistema di produzione agricola? Cosa si produce nelle aziende agricole grandi o piccole che siano, asciugacapelli?) ci accontentiamo di dire che il progresso tecnologico riduce sensibilmente l’uso di acqua, di sostanze chimiche e di combustibili fossili, e questo per una banalissima ragione: l’acqua, gli agrofarmaci e il gasolio costano, e nessuno si diverte a sprecarne.

Varietà resistenti agli stress idrici, unite a tecnologie in grado di concentrare l’uso di acqua solo dove serve, molecole in grado di degradarsi più rapidamente, unite a varietà resistenti ai parassiti, motori di nuova concezione, uniti ad attrezzature in grado di svolgere più operazioni colturali in un solo passaggio, sono solo degli esempi dell’agricoltura e del modello di sviluppo che alla signora Shiva fanno orrore.

Il velo pietoso, in questo caso, lo stendiamo sulle cifre sparate a capocchia, secondo le quali l’agricoltura orientata al mercato e al profitto sarebbe responsabile del 75% di un po’ di tutto. Per non parlare delle 10 unità di energia necessarie per produrre una unità di cibo. Cosa sarebbere queste unità? Non staremo mischiando mele e pere? Mi servono cinque unità da un euro per acquistare un solo pacchetto di sigarette, ma se uso una unità da 10 euro il tabaccaio mi dà anche il resto, magari in 10 unità da 50 cents: un affare, calcolato secondo le categorie interpretative delle “Shivanomics”.

Abbiamo bisogno di passare da questi indicatori falsi e fossilizzati agli indicatori reali che riflettono la vera salute della natura e il benessere reale dell’economia

Insomma, se la realtà non ci piace, cambiamo unità di misura e risolveremo tutto. A leggere Vandana Shiva, sembra che i consumatori del pianeta Terra facciano la spesa dopo aver fatto l’analisi delle previsioni trimestrali del PIL, e che se cambiassimo gli indicatori del benessere cambieremmo in una volta sola anche aspirazioni e gusti alimentari. Dite alla gente che con più soldi in tasca si sta peggio, vedrete che tutti correranno a disfarsi dei loro beni.

Ovviamente tutto è misurabile, non solo il Prodotto Interno Lordo di un paese o del pianeta. Ci sono ottimi indicatori della qualità della vita che rendono l’idea dei progressi fatti dall’umanità negli ultimi 50 anni. Per esempio, in questa efficace animazione prodotta da gapminder.org si parla di mortalità infantile. Può bastare?

  • P.S.: invece sulle menzogne di Vandana Shiva sui suicidi dei contadini indiani, può bastare questo post di Dario Bressanini. Anche in questo caso, basta mettere qualche cifra (reale) una dietro l’altra, e tirare le somme. Sempre che le si voglia tirare o che si sia in grado di farlo, ma questo è un altro discorso.
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11 commenti leave one →
  1. 3 marzo 2013 22:08

    L’eventuale candidatura di Petrini almeno svelerà l’idea di sviluppo agricolo di Grillo.
    Ma Petrini l’ultima volta è stato avvistato con Renzi….ed è sempre stato organico al PD.

    Secondo me si tratta di delirio di Michele Serra, del resto qualche giorno fa ho letto che ha scambiato il M5S per un movimento neosessantottino…

  2. Davide permalink
    7 marzo 2013 00:21

    Questo articolo risponde con disprezzo a critiche di una economia basata sull’offerta e sullo spreco. Gli agricoltori ormai fanno lavorare solo le multinazionali, il mais non si può più riseminare in quanto OGM e questo porta a investimenti continui, debiti bancari e richieste di contributi. L’agricoltura lavora in perdita anche senza sommare i danni ambientali non contabilizzati che ricadono su tutti noi.
    Come ha detto Gandhi: La Terra ha risorse per soddisfare i bisogni di tutti ma non per l’avidità di tutti.

  3. Alberto Guidorzi permalink
    7 marzo 2013 01:58

    Davide ma cosa dici mai…

    Un agricoltore non è obbligato con il fucile puntato alla schiena a comprare il mais da seminare, perchè deve voler riseminare del mais OGM a tutti i costi? Può sempre optare su un mais ibrido e riseminare la produzione o addirittura andare su delle popolazioni locali di mais di Marano e Bianco Perla e nessuno gli dice niente e pretende niente se ne risemina la sua produzione.

    In fin dei conti gli agricoltori sono degli imprenditori e se scelgono di seminare una data semente è perchè vi trovano un tornaconto, altrimenti decidono di optare per altra semente o addirittura di non seminare mais o altra coltura.

    Chi sarebbero gli avidi? Le multinazionali che sfruttano i contadini? Mi pare però che gli agricoltori siano liberi di prendere le loro decisioni autonomamente, essi non sottostanno a nessun obbligo.

    Vivi in un mondo reale o nel mondo che ti sei costruito tu nel tuo cervello, ma che nella realtà non esiste? Oppure vorresti che esistesse perchè così ti ci puoi scagliare contro.

  4. 7 marzo 2013 09:06

    Guidorzi Guidorzi…in alcuni casi rilevanti l’agricoltore è obbligato dai decreti del Ministero….a comprare il seme industriale…raccontiamogliela tutta la realtà a Davide…non solo quella edulcorata…mi stai già facendo rivalutare Petrini….

  5. Alberto Guidorzi permalink
    7 marzo 2013 09:22

    Granduro

    Mi pare che non sia il frutto dell’avidità, ma la motivazione ha fondamento: vale adire quella di dare tracciabilità alla pasta Made in Italy, se poi mi dici che il seme certificato spesso non vale la candela del sovrapprezzo, posso anche essere d’accordo con te, ma qui è una questione di reimpostare la ricerca genetica, cosa che il vero imprenditore agricolo dovrebbe desiderare oltre ogni altra cosa, in quanto le varietà veramente migliorate gli danno un di più a costo pressochè nullo.

  6. 7 marzo 2013 12:57

    nulla è più tracciabile della semente autoprodotta…il marchio “made in Italy” viene assegnato in base al processo di trasformazione, non certo alla origine delle materie prime…
    comunque c’è sempre un motivo (il più delle volte egoistico) per imporre qualcosa…però non mi (ci) raccontare che in Italia l’agricoltore è un imprenditore libero di operare delle scelte.
    Nulla di più lontano dalla realtà per svariati motivi…

  7. Alberto Guidorzi permalink
    7 marzo 2013 20:06

    L’agricoltore in Italia non è libero per sua dabbenaggine, si è fatto espropriare della sua autonomia imprenditoriale, in primis perchè ha delegato suoi compiti ai sindacati agricoli, ma l’elencazione dei motivi potrebbe continuare….

  8. Davide permalink
    8 marzo 2013 20:11

    Vedo che si è aperta una discussione a seguito del mio intervento. Non sono certamente un esperto di agricoltura, in effetti, credo che un campo così vasto che dovrebbe inglobare conoscenze di botanica, chimica, geologia, economia, ecologia, medicina e via di seguito per comprenderla fino in fondo sia fuori dai limiti umani a tal punto che nessuno può considerarsi un vero conoscitore della materia. Difatti il lavoro agricolo si basa molto su tradizioni, esperienze e conoscenze che spesso derivano dall’informazione fornita dalle società di prodotti chimici e organici. L’economia a sua volta è condizionata da un mercato dove entrano a gamba tesa politiche agricole sia nazionali che sovranazionali, senza considerare i flussi di capitali sui derivati che muovono i prezzi in base ad aspettative e scommesse varie.

    Da questa premessa, come si può considerare un agricoltore un imprenditore libero quando si muove in un contesto come quello sopra citato? Pensate che tutti gli agricoltori siano in grado di resistere alle pressioni di multinazionali (anche di marketing) e governi vari nel fare le scelte più giuste per la sua azienda? Come si fa a deridere la tesi dei suicidi degli agricoltori in India quando è risaputo che addirittura in un paese come gli USA i contadini hanno difficoltà a ripagare i debiti con le banche? Ma mi spiegate in quale mondo e in quale settore imprenditoriale uno è completamente libero di decidere quando è condizionato da leggi, regolamenti, mercati e pressioni delle lobby potenti a tal punto da modificare questi elementi?

    Mah, sarà sicuramente frutto della mia fantasia che si è costruito un mondo che nella realtà non esiste.

  9. 8 marzo 2013 20:41

    …capisco eviterei soltanto di usare il termine multinazionali…in realtà per me si tratta di Corporation con forte connotazioni nazionalistiche per quanto delocalizzate per il Mondo(in inglese sono appellate come Corporation generalmente)…in più le Corporation sono soltanto uno degli attori in gioco (ed almeno nel mio campo e territorio che però è ai margini dell’Impero) neanche il più “cattivo”. Partiti politici, sindacati, associazioni ambientaliste, Stati (sono loro che decidono moltissimo in realtà in un contesto di guerra economica permanente, il libero mercato globale è infatti soltanto il campo di gioco sul quale attuare le politiche economiche degli Stati più potenti), banche, industrialotti ognuno di loro si sente autorizzato a dire la sua, naturalmente per finalità strumentali ai propri interessi particolari, non certo nell’interesse generale ed a trangugiare un pezzo di torta…finchè alla fine al produttore (italico) non rimane nulla…
    ma non è un problema perchè tanto alla fine quello che ci serve lo importiamo…anche se non ho ancora capito chi avrà le risorse per comprare i prodotti importati in futuro in questo paese (a parte i soliti privilegiati naturalmente)…

  10. Alberto Guidorzi permalink
    8 marzo 2013 20:48

    Davide

    Nella mia professione di agronomo non mi sono mai sentito un disadattato, se un laureato non acquisisce la possibilità e le capacità di studiare e comprendere le implicazioni della sua professione che coinvolgono anche altre discipline, oppure di non prevedere o capire anzitempo le evoluzioni probabili significa che la sua laurea è stata trovata come gadget in Dash. Non mi dirai che sei favorevole a laureare gente che ha bisogno di ripetizioni per sostenere un esame universitario o farsi aiutare dal CEPU?

    Guarda che tutte le materie che tu citi io me le sono studiate, si anche medicina, ma veterinaria, quindi sono capace di capire le implicazione inerenti la salute dell’uomo, che è anch’esso un animale, solo che non le so curare.

    Scusa, ma qual è la professione liberale e imprenditoriale che non si deve confrontare con il mercato, con le banche, con la concorrenza spietata, con l’innovazione continua e quant’altro. E’ nell’odine delle cose, a meno che non si instauri l’anarchia, che non mi sembra una soluzione ai problemi che dici tu. In fin dei conti chi non è capace di pagare i suoi debiti gli è stato concesso di poter portare i suoi libri contabili in tribunale e se non ha fatto marachelle contabili e viene accettato un concordato fallimentare diventa persona al quale tu, eventuale creditore non saldato per la totalità del credito, ma entrato nel concordato, non puoi dire più nulla pena un denuncia per calunnia.

    Noi non deridiamo il suicida indiano o di qualsiasi altro paese, anzi ne abbiamo compassione e ne esprimiamo solidarietà umana , diciamo solo che il contadino indiano non si suicida perchè deve pagare il seme di cotone OGM come dice la Vandana, anzi l’adozione al livello del 90% avvenuta in India e nel Burkina Faso ci dice che il contadino ne trova un supporto per non suicidarsi.

  11. Diego permalink
    5 maggio 2013 03:31

    Normalmente quando si parla di “energia 10 a 1” l’unità di misura è la caloria ma la proporzione sarebbe la stessa per qualunque unità di misura si scegliesse, purché comune ai due termini ovviamente. Per fare un esempio simile a quello dell’autore, se dico che tra due oggetti c’è un rapporto di 10 a 1 nel prezzo, ciò rimane valido sia che io usi € che $ che ¥ per misurare questo prezzo. Certo non posso confrontarli se li misuri con due metri diversi, non posso confrontare tout court un barile di petrolio con un chilo di grano ma se parlo di energia posso confrontare il contenuto energetico di entrambi convertendoli secondo proporzioni che si trovano in letteratura.

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