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Spesa in cibo, reddito e vulnerabilità alimentare

17 marzo 2013

NoiseFromAmerika – 16/03/2012

L’Economist, alcuni giorni fa, ha pubblicato un grafico che mostra quanta parte di reddito familiare viene utilizzata per il cibo in diversi paesi del mondo. Come sottolinea il testo che accompagna la tabella, ci sono eccezioni alla regola, e potremmo chiederci quali origini (e anche quali conseguenze, di questi tempi) abbia la propensione degli ungheresi verso l’alcol e il tabacco. In ogni caso la regolarità è che più alto è il reddito, minore è la porzione di esso che viene speso per il cibo.

econofood

E fin qui siamo nel campo dell’ovvio: il portafoglio delle persone ha una estensione illimitata, mentre lo stesso non si può dire del loro stomaco, e una volta riempita la pancia il reddito delle famiglie dei paesi più sviluppati può essere usato per altre attività. La chart dell’Economist mi ha fatto però venire in mente un altro grafico, in verità piuttosto simile (anche qui la fonte dei dati è l’USDA), che avevo scovato l’estate di due anni fa sul rapporto LEI di Wageningen UR dal titolo “Price and prejudice: Why are food prices so high?“.

Lo studio si interrogava sulle ragioni dei picchi dei prezzi delle materie prime agricole, all’origine di gravi crisi alimentari. È una lettura che raccomando, dato che contribuisce efficacemente a sfatare il mito secondo il quale sarebbe la speculazione finanziaria sui futures delle soft commodities a orientare al rialzo i prezzi e non piuttosto l’aumento esponenziale della domanda asiatica amplificata dalla contrazione delle scorte e dalle politiche protezionistiche (o di contenimento dell’offerta) di molti paesi esportatori, spesso spaventati dalla prospettiva di veder crescere l’inflazione interna.

Il rapporto evidenziava come proprio nella diversa incidenza della spesa alimentare sul reddito alimentare sia la chiave della maggiore o minore vulnerabilità di un paese alla volatilità dei prezzi delle materie prime agricole, e quindi alle crisi alimentari:

Le famiglie nei paesi ricchi spendono circa il 10% del loro budget in cibo, ma solo il 20% del prezzo del cibo proviene dalla materia prima. Il resto proviene dal marketing, dal confezionamento, dal trasporto e dagli utili di chi porta il cibo dalla fattoria al negozio. Invece nei paesi in via di sviluppo la gente spende mediamente per il cibo ben più del 10% del bilancio familiare, laddove le famiglie più povere arrivano a spendere tra il 50% e l’80% dei loro redditi. Qui solo una piccola porzione va ai processi di commercializzazione e confezionamento: la maggior parte delle famiglie acquistano cibo non trasformato, divenendo più vulnerabili agli aumenti di prezzo dei generi alimentari.

I neretti sono miei, così come la traduzione grossolana. E ho sottolineato quei passaggi perché, oltre a raccontarci della diversa incidenza della spesa per il cibo nel reddito familiare, evidenziano una cosa in più, ovvero come tutti i processi intermedi di una filiera agroalimentare complessa contribuiscano a ridurre ancora di più la vulnerabilità delle famiglie alla volatilità dei prezzi: in paesi in cui si è costretti a dedicare un’ampia porzione del proprio reddito al cibo, e di questa una fetta abbondante va in cibo non trasformato e in materia prima grezza (si pensi al riso), è molto facile che significative oscillazioni di prezzo spossano trasformarsi in vere e proprie catastrofi umanitarie.

E la ben nota inelasticità dei prezzi del cibo contribuisce a complicare le cose. L’USDA fornisce delle stime per l’elasticità dei prezzi: per gli Stati Uniti, l’elasticità della domanda rispetto al prezzo di pane e cereali è -0,04, il che vuol dire che sarebbe necessario un aumento di prezzo del 25 per cento per indurre un calo di appena l’1 per cento nei consumi. Tra la stagione 2008/09 e 2010/11 alcuni estremi metereologici hanno indotto cali nella produzione globale di cereali attorno al 3 per cento. Nulla di catastrofico in sé, ma in un quadro di generale aumento della domanda e contrazione delle scorte, i prezzi sono semplicemente raddoppiati.

In quegli anni, dalle nostre parti solo gli agricoltori si sono accorti che qualcosa stava cambiando, dato che hanno potuto vendere a prezzi mai visti prima. I consumatori per lo più non hanno percepito una grossa differenza nella spesa per il cibo, e questo lo dobbiamo proprio alla scarsa incidenza della materia prima grezza e del cibo non trasformato sul totale della spesa familiare. Nel frattempo, abbiamo potuto vedere in televisione gli effetti degli aumenti di prezzo del cibo su economie meno sviluppate, effetti che in qualche caso, come in alcuni paesi africani affacciati sul Mediterraneo, sono stati il detonatore di rivolte popolari e veri e propri cambi di regime.

Tutto questo, guarda un po’, aggiunge motivi per essere scettici sul mito della decrescita, trasformato da minoritaria ossessione radical chic a vero e proprio programma di governo di un partito che ha raggiunto all’incirca il 25 per cento dei consensi alle ultime elezioni. E quando si parla di accorciamento delle filiere, di km zero, di agricoltura di sussistenza, si parla di politiche che ormai a buon diritto sono state acquisite e fatte proprie da tempo da uno schieramento molto più ampio ed eterogeneo di quello che fa riferimento al M5S, almeno a livello “ideologico”. Se già la riduzione dei redditi ci condurrebbe tra quelli costretti a destinare al cibo una fetta maggiore del proprio reddito disponibile rispetto a quella che vi destiniamo oggi, politiche agricole come quelle care ai “decrescenti” di ogni colore non farebbero che aggravare la situazione, con tutte le unintended consequences del caso in termini di esposizione alla volatilità dei prezzi e di vulnerabilità alle crisi alimentari.

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