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Bufale di bufala

20 giugno 2013

In onda su Servizio Pubblico un interessante servizio sulle frodi commerciali relative alla mozzarella di bufala camapana. In sostanza, il servizio denuncia l’uso di importare dall’estero cagliata “non locale”, approfittando dell’ampio margine di guadagno realizzato tra la materia prima convenzionale di importazione fraudolenta e il prodotto finito certificato DOP. Ricorda nulla?

Il problema, al solito, è in un sistema che, avendo legato in maniera spesso arbitraria qualità e territorio, conferisce a chi certifica l’origine di un prodotto il potere di determinarne il prezzo, e quindi i margini di guadagno di chi quel prodotto lo produce, o di chi spaccia il proprio per tale. Confinare l’origine della materia prima ad uno specifico territorio ha come primo risultato quello di fare impennare ben oltre ogni logica di mercato i prezzi della materia prima locale, e come unintended consequence quella di incentivare i controllori a far passare come locale materia prima che locale non è.

Il solito confronto storico tra i prezzi del latte alla stalla tra le tre principali aree di produzione europee può aiutare a rendere l’idea (a questo link una tabella comprendente i prezzi del latte alla stalla anche in Europa Orientale):

confronto_prezzi_latte_stalla_rhone_alpes_lombardiaE va tenuto comunque presente che l’adesione ai disciplinari di produzioni delle DOP garantisce prezzi ancora più alti.

L’opacità (per usare un candido eufemismo) della gestione dei consorzi di tutela, nominalmente affidata ai produttori ma nei fatti appannaggio delle confederazioni sindacali agricole, fa il resto. D’altronde, a cosa mai sarebbe servito truccare il numero dei capi delle anagrafi bovine, e la loro longevità, se non a giustificare quote di carta in grado di abilitare come italiano latte proveniente dall’estero?

A questo punto si potrebbe sperare che i produttori, che non dovrebbero avere alcun interesse a far passare materia prima che fa concorrenza a quella che loro stessi producono, si riprendano in mano i consorzi, e al tempo stesso pretendano la loro riduzione a quei prodotti nei quali l’origine locale garantisce una qualità riconoscibile. Perché queste frodi nascono dalla consapevolezza, da parte di tutti gli operatori della filiera, che spesso le norme dei disciplinari servono più a suggestionare il consumatore che a garantigli un prodotto che effettivamente valga il suo prezzo. Altrimenti come giustificheremmo il fatto che una mozzarella di bufala campana DOP prodotta con cagliata proveniente dall’Europa Orientale non sia riconoscibile da una autentica al palato?

Invece è probabile che, come sempre accade in questi casi, si pretenderà ancora più intermediazione pubblica, che in agricoltura significa “politica” e “sindacale”, a tutela dei consumatori con il becco giallo, la cresta rossa e le penne bianche, mentre le DOP e le DOC continueranno a crescere di numero e di estensione territoriale, per la gioia di tutti.

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  1. pino permalink
    7 agosto 2013 15:09

    Fiera delle banalità:
    1- Ovvio che un prodotto cui il consumatore riconosce un valore aggiunto me lo paga di più.
    2- ovvio che in un tale contesto qualcuno cerchi di truffare cercando di produrre una imitazione quanto più perfetta a minor costo.
    3- anche la pubblicità è suggestione ed è il principale motore comerciale del mondo occidentale.
    4- ovvio che io ho interesse che il mio prodotto sia apprezzato dal consumatore.
    5- meno ovvio è tutto quello che qui è scritto ovvero di usare una dop affermata per farla con qualsiasi merda io trovi nel mercato , ciò avvantaggia la cattiva industria non i produttori.
    6- ancora con sta storia del grande complotto dei templari legato alle quote con latte italianizzato, mai visto andare in galera nessuno, anzi nemmeno un avviso di garanzia e mi sembra che iil problema sia stato l’eccesso e non una mancanza di produzione nazionale da “compensare” con latte estero.

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